Film, La grande bellezza

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com

Roberto Giannoni
Il film è disponibile su Amazon.it

la-grande-bellezza_coverLa grande bellezza è stato uno dei film dell’anno e qualcosa ci dice che regalerà grandi sorprese all’Italia ai prossimi Oscar; Paolo Sorrentino, quindi, si conferma sempre di più come uno dei più grandi autori italiani.

Scrittore, sceneggiatore, autori tra i più attenti alla costruzione delle inquadrature, il partenopeo si è fatto conoscere al mondo con un’opera traboccante come Il divo, che nel 2008 conquistò a Cannes il Premio  della Giuria, ma se dovessimo scegliere la nostra pellicola preferita, diremmo senza dubbio L’uomo in più, fulminante esordio registico datato 2001. Con Le conseguenze dell’amore del 2004 arriva la conferma del talento registico di Sorrentino.

Prima de Il divo, racconto della straordinaria vita di Giulio Andreotti, L’amico di famiglia spiazza pubblico e critica, consegnandoci il ritratto di una provincia italiana laida e meschina. Nel 2011 Sorrentino sbarca negli USA con This Must Be The Place, opera che non convince in pieno gli osservatori, ma che si rivela invece l’ennesimo tassello prezioso di una carriera ricca e variegata, un delicato e dolente racconto sulla pacificazione e sulla separazione dai padri.

Dulcis in fundo, La grande bellezza, pellicola presentata all’ultimo Festival di Cannes e subito amata dagli stranieri, interpretata da un gigantesco Toni Servillo, attore feticcio di Sorrentino e interprete ideale per incarnare la poetica del regista. Sorrentino è Jep Gambardella, cronista mondano di Napoli, trasferitosi a Roma per raccontarne le magnificenze ma anche gli orrori nascosti nei salotti dei vip. Da vedere e discuterne per giorni. In fondo il grande cinema fa questo.

Film, Lo sceicco bianco

Di Francesca Fiorentino

lo sceicco bianco

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Chiedi ad uno straniero cosa pensi dei nostri film e immancabilmente risponderà di amare il Neorealismo di Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni e, naturalmente, Federico Fellini; 20 anni fa il grande autore di Rimini ci lasciava e con la sua morte (e successivamente con quella di Antonioni) si è chiusa  la più grande stagione del cinema italiano.  Vogliamo rendergli omaggio scrivendo del suo primo film da regista,

Lo sceicco bianco, datato 1952; dopo l’esordio come sceneggiatore e la collaborazione con Alberto Lattuada in Luci del varietà, Fellini allora trentaduenne dirige questo delizioso film che vuol essere al contempo un affettuoso riconoscimento del potere immaginifico dell’arte e una velata critica verso la rigidità di certi ambienti piccolo-borghesi. Si racconta la storia di Ivan e Wanda, due sposini che arrivano a Roma per il loro viaggio di nozze. Per niente affascinante e coi piedi per terra lui, graziosa e sognatrice lei, sembrano destinati ad una vita di coppia senza troppi sussulti. La passione, però, ci mette lo zampino e ci riferiamo alla venerazione che Wanda nutre per il protagonista di un fotoromanzo, Lo sceicco bianco.

La donna scappa dall’albergo e si lancia sulle tracce del suo idolo, Fernando Rivoli, un cialtrone senza arte né parte che sfrutta il fascino magnetico per approfittarsi delle sue ammiratrici. Wanda è la vittima predestinata, ma non cede al corteggiamento dell’uomo, soprattutto quando scopre che è sposato. Disperata, tenta il suicidio, ma viene salvata e portata in ospedale dove finalmente può ricongiungersi col marito, impegnato nel frattempo a dover fronteggiare gli assalti di un gruppo di parenti invadenti e malevoli.

Certo della buona fede della moglie, Ivan è pronto per l’udienza papale; l’avventura che ha passato sarà solo un ricordo. Nel film è concentrato tutto l’immaginario Felliniano, popolato da donne giunoniche e personaggi sopra le righe; splendide le musiche di Nino Rota che con Fellini collaborerà a tutti film, splendidi gli interpreti maschili, Leopoldo Trieste (il solido Ivan) e Alberto Sordi  (lo sceicco).

Film, Il braccio violento della legge

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com 

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THE FRENCHLo scorso anno aveva sconvolto il Festival con un noir di grande impatto, Killer Joe, quest’anno William Friedkin tornerà alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per ritirare il Leone d’Oro alla carriera, un traguardo importante che ‘santifica’ il cursus honorum di un regista tra i più originali della sua generazione.

Noto al grande pubblico per aver diretto uno degli horror più spaventosi di sempre, L’esorcista, Friedkin divenne regista di culto con la pellicola del 1971, Il braccio violento della legge (The French Connection). Ben cinque gli Oscar conquistati, miglior regia, miglior film, miglior montaggio, miglior sceneggiatura e miglior attore protagonista, lo straordinario Gene Hackman. Hackman interpreta un agente della narcotici che deve sventare l’arrivo a New York di un grosso carico di droga proveniente da Marsiglia.

L’operazione si rivela più ardua del previsto, sia per la scaltrezza dei criminali, aiutati da alcuni insospettabili, che per la sostanziale incapacità degli uomini della polizia, Doyle su tutti, ossessionato dall’obiettivo in maniera patologica. Taglio documentaristico e sequenze d’azione mozzafiato, una su tutte l’inseguimento del malvivente, ispirata al coevo Bullitt, hanno fatto del film un simbolo del cinema americano degli anni ’70.

Per 26 isolati la macchina guidata da Gene Hackman ha inseguito il convoglio della metropolitana (il treno sopraelevato a Coney Island), senza che la strada fosse libera e con una velocità spaventosa, rispetto a quella già vertiginosa del treno. Memorabile.

Film, Ben Hur

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com 

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Ben-Hur-locandina4Ci sono voluti 38 anni per trovare un altro film (per la cronaca Titanic) che portasse a casa lo stesso numero di Oscar; il record di Ben Hur, classicone di Pasqua diretto da William Wyler, simbolo della magnificenza Hollywoodiana, è durato fino al 1997, ma ancora oggi ha una sua importanza. Ben undici le statuette per una pellicola tra le più programmate in tv.

Tratta dall’omonimo romanzo di Lew Wallace, il film racconta la storia dell’amicizia tra un principe ebreo, Judah Ben-Hur, interpretato da Charlton Heston e un tribuno romano, Messala. Tradito da quest’ultimo, costretto alla prigionia, adottato da un nobile romano e, infine, avvicinatosi al cristianesimo, Ben-Hur vive la sua vita bruciando nel desiderio di vendetta, salvo poi comprendere il valore del perdono.

La presenza di Cristo è silenziosa, ma importante in tutto il film. Lo si vede quando nasce, durante il sermone della montagna e al momento della via crucis. Più magniloquenti altre sequenze, come quella leggendaria della corsa delle quadrighe nel Circo di Gerusalemme, una delle più spettacolari della storia del cinema, citata e omaggiata più volte successivamente.

Film, Pulp Fiction

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com 

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locandina-pulp-fictionSta letteralmente dominando la classifica degli incassi in Italia con la sua ultima, strepitosa, fatica cinematografica, Django Unchained. Quando Quentin Tarantino torna in pista il suo è un passaggio che non può mai passare inosservato.

Fin dal suo esordio nel 1992 con Le Iene fece intravedere le sue grandi qualità di regista e sceneggiatore, confermate due anni più tardi con il suo capolavoro, Pulp Fiction, vincitore della Palma d’Oro a Cannes e di un Oscar alla migliore sceneggiatura originale.

Il cinema di Tarantino è un sofisticato miscuglio di generi e citazioni; l’ex commesso della videoteca  Manhattan Beach Video Archives di Los Angeles ha elevato il B-Movie, rileggendolo con gusto sopraffino ed esasperazione della violenza e con il suo secondo lungometraggio ha dato fondo alla sua genialità. Costruito con salti temporali degni del Rapina a mano armata di Stanley Kubrick, il film, ispirato alla tradizione letteraria pulp (genere nato negli anni ’20, che deve il suo nome alla cattiva qualità della carta su cui venivano stampati i libri, carta non rifilata di polpa di legno) intreccia più storie fra loro.

Ci sono Vincent e Jules, i due tirapiedi di Marsellus Wallace, che devono recuperare una valigetta appartenente al loro capo e per farlo non esitano a uccidere i ladri. Troviamo poi Mia, enigmatica moglie di Wallace, protagonista di una notte di follie con Vincent. Butch è un pugile a cui Wallace intima di perdere un incontro, e quando l’uomo rifiuta è costretto ad una spericolata fuga con la compagna Fabienne. Infine, Zucchino e Coniglietta (infine Pumpkin e Honey Bunny) stanno per compiere una rapina in un caffè, quando incontrano Vincent e Jules, di ritorno dalla loro missione.

Va da sé che raccontare la trama di Pulp Fiction è un delitto, poiché la bellezza dell’opera di Tarantino è proprio negli incastri temporali che è riuscito a creare, nella profondità dei dialoghi e nelle sequenze di culto; dal sermone di Jules, Samuel L. Jackson, al twist fra John Travolta e Uma Thurman, all’imprescindibile presenza del Signor Wolf, Harvey Keitel, colui che “Risolve problemi“. E dulcis in fundo in una colonna sonora straordinaria.

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