Film: Il mio vicino Totoro

Di Francesca Fiorentino

Il film è disponibile su Amazon.it

totoroTorna a Venezia dopo aver conquistato un Leone d’Oro alla carriera nel 2005 (tre anni dopo al Lido presentò in concorso anche Ponyo sulla scogliera); Hayao Miyazaki è probabilmente il più grande regista d’animazione in vita e alla veneranda età di 72 anni è pronto ad una nuova sfida, una pellicola intitolata The Wind Rises che verrà svelata proprio in questi giorni, durante la 70.ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, dove sarà in lizza per il Leone d’Oro. E già si parla di ennesimo capolavoro.

La storia, che in parte è ispirata alla vita del regista, racconta la vicenda di Jirō Horikoshi, l’ingegnere aeronautico che durante la Seconda Guerra Mondiale progettò numerosi aerei da combattimento utilizzati dai giapponesi nelle azioni di guerra contro gli americani, tra i quali il Mitsubishi A6M, utilizzato nell’attacco di Pearl Harbor; il giovane studente di ingegneria incontrerà e amerà una dolce ragazza, Naoko, una pittrice che vive sulla propria pelle la tragedia della guerra.

L’opera si presenta dunque come un concentrato dei grandi amori dell’autore nipponico: la passione per l’aviazione (suo padre possedeva una fabbrica di componenti aerei), il grande rispetto per la natura, la delicatezza nel tratteggiare le storie d’amore tra giovani, femminismo e pacifismo.

Creatore dello studio Ghibli, la factory d’animazione più importante del mondo, e autore di capolavori come La città incantata (vincitore dell’Oscar), Miyazaki è colui a cui ogni buon disegnatore guarda per trarre ispirazione.

Nella sua non sterminata produzione vi segnaliamo un piccolo gioiello, Il mio vicino Totoro, tenerissima fiaba che coniuga mito e storia, datata 1988. Due sorelline, provate dalla malattia della madre, riescono a non soccombere all’angoscia grazie ad un personaggio adorabile, Totoro, un gigantesco spirito della foresta che le aiuta in un momento difficile della loro crescita. Da vedere a cadenza settimanale, credeteci.

Film, Cous Cous

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com 

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cous cousIn attesa di vedere anche in Italia, La vie d’Adèle, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes (sarà distribuito da Lucky Red), vi scriviamo del film che ha reso noto Abdellatif Kechiche, Cous Cous. Tunisino di nascita, ma francese d’adozione, il regista pone in primo piano le dinamiche familiari all’interno delle sue opere. E’ anche il caso di questa pellicola, in originale La Graine et le Mulet (ovvero semola e cefalo, i due ingredienti principali del piatto del titolo); il protagonista è Slimane un maghrebino sessantenne che lavora come portuale in una cittadina francese; divorziato, vive con una nuova compagna e la figlia di di lei, Rym, una splendida ragazzina dai lunghi capelli scuri a cui è legatissimo.

Quando per motivi legati all’età viene ridotto drasticamente il suo orario di lavoro, l’uomo decide di mettersi in proprio e di restaurare una vecchia imbarcazione e di aprire un ristorante specializzato nel cous cous, piatto tipico della tradizione araba che l’ex moglie sa cucinare in maniera superlativa. L’idea è buona, ma la realizzazione è difficile. Slimane si confronta con l’ostracismo dei burocrati che gli impediscono di ottenere i permessi necessari per avviare l’attività. Decide comunque di inaugurare il locale, invitando a cena i funzionari che dovrebbero aiutarlo. Per una serie di sfortunati eventi, niente va nel verso giusto, ma al fianco di Slimane arriva Rym (la bravissima Hafsia Herzi).

Lungo (151 minuti), ma mai noioso, il film di Kechiche, Gran Premio della Regia al Festival di Venezia 2007, racconta con affetto le contraddizioni e le bellezze di una piccola comunità ‘straniera’ in una città francese, due mondi destinati a studiarsi e a guardarsi con sospetto, almeno fino a quando non emerge la vera umanità. L’autore franco-tunisino affronta il tema con realismo, senza essere didascalico e dà il meglio di sé nella narrazione di certi riti famigliari, come quello del cous cous, paragonabile per certi versi al ragù eduardiano; le donne lo cucinano con amore, dedizione e precisione maniacale per poi offrirlo ai propri commensali e dare il via ad uno spettacolo senza tempo.

Le discussioni attorno alla tavola imbandita si susseguono tra liti che diventano sorrisi e recriminazioni che si trasformano pian piano in serena accettazione. Memorabile la sequenza finale in cui Rym inizia una sensualissima danza del ventre che incanta gli avventori del locale, per salvare il patrigno dalla resa definitiva (il cous cous non è mai arrivato al ristorante per un disguido e hanno bisogno di prendere tempo in attesa di prepararne altro); dall’altra parte della città l’uomo, che è andato a cercare l’ex moglie per prendere una nuova pentola di cibo, sta cercando disperatamente di ritrovare il motorino che gli hanno rubato.

Film, Il braccio violento della legge

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com 

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THE FRENCHLo scorso anno aveva sconvolto il Festival con un noir di grande impatto, Killer Joe, quest’anno William Friedkin tornerà alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per ritirare il Leone d’Oro alla carriera, un traguardo importante che ‘santifica’ il cursus honorum di un regista tra i più originali della sua generazione.

Noto al grande pubblico per aver diretto uno degli horror più spaventosi di sempre, L’esorcista, Friedkin divenne regista di culto con la pellicola del 1971, Il braccio violento della legge (The French Connection). Ben cinque gli Oscar conquistati, miglior regia, miglior film, miglior montaggio, miglior sceneggiatura e miglior attore protagonista, lo straordinario Gene Hackman. Hackman interpreta un agente della narcotici che deve sventare l’arrivo a New York di un grosso carico di droga proveniente da Marsiglia.

L’operazione si rivela più ardua del previsto, sia per la scaltrezza dei criminali, aiutati da alcuni insospettabili, che per la sostanziale incapacità degli uomini della polizia, Doyle su tutti, ossessionato dall’obiettivo in maniera patologica. Taglio documentaristico e sequenze d’azione mozzafiato, una su tutte l’inseguimento del malvivente, ispirata al coevo Bullitt, hanno fatto del film un simbolo del cinema americano degli anni ’70.

Per 26 isolati la macchina guidata da Gene Hackman ha inseguito il convoglio della metropolitana (il treno sopraelevato a Coney Island), senza che la strada fosse libera e con una velocità spaventosa, rispetto a quella già vertiginosa del treno. Memorabile.

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