>Il melo

Racconto di David Di Luca, www.enxerio.com/david

Si tratta di un capitoletto che ho intenzione di inserire nel mio prossimo delirio letterario. Spero vi garbi… D. 

Andavamo in vacanza in un paesino di montagna di quelli che non ci puoi passare per caso. Devi andarci apposta, la strada finisce lì. Ci vedevamo spesso con una ragazza del posto , quindici anni io, sedici anni lei. Fra tutti e due dormivamo come le valigie. A un certo momento, passeggiavamo appena fuori dal paese, lei mi fa:

“Me lo prenderesti un melo?”

Ovviamente intendeva una mela. E ci mancherebbe. Ve lo immaginate strappare l’intero albero dalle radici? La tredicesima fatica di Ercole, né più né meno. L’inghippo non era quello. L’albero, il melo, stava qualche metro sopra di noi. Dovevi fare una piccola arrampicata.

Direte voi, e dove sta il problema? A quindici anni, uno ce la fa a prescindere. Se poi te lo chiede una fanciulla… Infatti, l’intenzione c’era, solo che il corpo non era granché pronto a seguire la mente. Educazione fisica non era esattamente la mia materia preferita. Potevate chiedermi qualsiasi sforzo di testa. Ma di muscoli… Ebbi dolorosa cognizione della mia obesità medio grado.

“Va bene, dai, lascia stare”. Tempo scaduto. Il materiale genetico non era valido per l’accoppiamento. A quell’età sei manicheo, darwiniano. O di quà o di là. O sei forte o soccombi, non sei proprio. Passeggiammo ancora un po’, la accompagnai a casa, e non la vidi più.

> L’asteroide

Raccconto di David Di Luca

Sono uscito di casa, e l’aria gelida mi ha schiaffeggiato. Pare che sia uno degli inverni più freddi degli ultimi venticinque, trent’anni. E del resto, giocando coi dati si può sempre affermare che qualcosa sia più così o cosà da un tot di tempo a questa parte. Di  certo, la cessione di calore all’ambiente da parte delle mie guance e del mio corpo in
genere mi ha aiutato ad avere le idee più chiare.

E’ stato e sarà un Natale fuori ordinanza. Mia moglie non ha preparato pranzi o cenoni.  Se ne sta a letto, imbottita di tranquillanti, e aspetta. Lo stesso dicasi per mia  figlia, quindici anni, barricata nella sua stanza con cuffietta in testa e musica trash-trance-pip-pop o quello che è sparata a palla nelle orecchie. Non so e non voglio sapere  se pure lei si è presa qualche pastiglietta. Tutto pur di anestetizzarsi, manco si  trattasse di cavarsi un dente, incidere un foruncolo. Anche lei aspetta.

Tutti aspettano. Chi prega, chi si agita, chi rimane lì basito. Qualcuno ha preferito andarsene prima. Io no. Non me ne frega niente se un tipo incravattato e impomatato,  dalla faccia allucinata, è comparso sul teleschermo sudando e sbracciandosi per  comunicarci come un’enorme roccia, venuta da chissà quali spazi siderali, sta arrivandoci tra capo e collo.

Dove sta il problema? Siamo tutti mortali. Facciamo finta di nulla, ma lo sappiamo benissimo che prima o poi ci toccherà pagarla, questa benedetta cambiale. Che sia una vena che stroppia, un vaso da fiori dritto sulla capoccia, una roccia venuta dallo  spazio, che cambia? Non ci vedo quel granchè di strano.

Sapete che farò adesso? Esattamente quello che ho fatto nei giorni scorsi, e che magari farò anche in quelli a venire, nel caso che ci siano. Perchè in definitiva chi ha detto che finisca davvero tutto? Sicuro, l’impatto non sarà una passeggiata. Devasterà città, paesi, un’intero continente magari. Ma può darsi che non sia il nostro. O che sia il nostro, ma che troviamo comunque il modo di andare avanti. Oppure, sospinto da qualcosa, grazia divina o altro, il dannato masso finirà per cambiare traiettoria all’ultimo  centesimo di secondo utile. Non lo so. Non c’è una possibilità soltanto: ce ne sono  milioni. E non è detto che si verifichi proprio la peggiore.

In ogni caso, io non mi stordirò. Vieni pure, sassolino del cazzo. Son qua che ti  aspetto, leggendo il giornale, con una birra ghiacciata in mano.

> Il figlio

Racconto di David Di Luca

Gliel’ho detto chiaro e tondo: che stia tranquillo. Non me la prenderò più di tanto. Sono stato un idiota per anni, per decenni potremmo dire. E ho sofferto inutilmente. Ma è da un bel po’ che ho detto basta.

Successe una mattina all’ora di colazione. Stavo lì con il giornale im mano, quando eccoti la pagina degli spettacoli. To’, parlano del mio. E anche di me. Che dice, che dice? Ebbene: che il figlio del noto attore non ha neanche un centesimo della capacità interpretativa e del pathos del genitore. Lui sì che era capace con un solo gesto di incantare la platea e bla bla bla avanti così paragonandomi e facendomi a pezzi per una ventina di righe.

Certo, non era la prima volta che mi succedeva. Stavolta però, chissà come mai, ci rimasi particolarmente male. Era verissimo, cazzo. Alla mia età, lui era ormai lanciatissimo. Io, ancora a fare il comprimario. Che senso aveva? Oltretutto, papà mi aveva lasciato una barca di quattrini. Perchè non lasciar perdere tutto, e godermeli? Nessuno avrebbe avuto da ridire.

Perché no! rispose a questo punto una vocina da qualche parte nella mia testa. E aveva ragione, cazzo. Non mi ci vedevo a bighellonare in giro, fare tardi la notte, accompagnarmi a tipe prezzolate o meno ma sicuramente non interessate a me come persona. Dovevo farmi una semplice domanda: mi piaceva il teatro? La risposta era sì. Avrei raggiunto I traguardi di mio padre? Probabilmente no. Ma, scusate, cosa voleva dire? Che dovevo lasciar perdere? Ni hablar. Lui era lui, io ero io. Con me stesso dovevo competere, se competizione doveva esserci.

> Una questione di principio

Racconto di David Di Luca

Davvero non lo capiva. Probabilmente aveva ragione: lui era un avvocato, e quindi era normale che vedesse il mondo come somma algebrica di liti tra fazioni opposte. Ma rinunciare così, via… Poi, con quale ragionamento! Vede carissimo – gli aveva detto – fin dall’inizio avevo stabilito di spendere una cifra ‘x’ su questa cosa. Siccome l’ho raggiunta diventa assurdo proseguire, specie considerando che siamo ancora in alto mare. A questo punto, vale di più la mia serenità che quello che mi devono.

Ma che discorsi del… ! Come si fa ad esser così? Vabbè, il cliente ha sempre ragione, e se preferiva prenderlo in quel posto facesse un po’ come gli pareva. Quanto a lui, gli avevano insegnato, ed era d’accordissimo, che l’osso non andava mollato mai e poi mai. Erano davvero guai seri se no. Il gioco era quello, udienze sopra udienze, spalarsi merda l’uno addosso all’altro. Poi, se quello non voleva giocare, affar suo

> Una questione di principio (racconto)

Di David Di Luca

Davvero non lo capiva. Probabilmente aveva ragione: lui era un avvocato, e quindi era normale che vedesse il mondo come somma algebrica di liti tra fazioni opposte. Ma rinunciare così, via… Poi, con quale ragionamento! Vede carissimo – gli aveva detto – fin dall’inizio avevo stabilito di spendere una cifra ‘x’ su questa cosa. Siccome l’ho raggiunta diventa assurdo proseguire, specie considerando che siamo ancora in alto mare. A questo punto, vale di più la mia serenità che quello che mi devono.

Ma che discorsi del… ! Come si fa ad esser così? Vabbè, il cliente ha sempre ragione, e se preferiva prenderlo in quel posto facesse un po’ come gli pareva. Quanto a lui, gli avevano insegnato, ed era d’accordissimo, che l’osso non andava mollato mai e poi mai. Erano davvero guai seri se no. Il gioco era quello, udienze sopra udienze, spalarsi merda l’uno addosso all’altro. Poi, se quello non voleva giocare, affar suo.

> Prima di dormire

Racconto di David Di Luca

“Oh, ma allora sei veramente un coglione.”

Me lo ritrovai davanti così, come da vivo. Come capita nei sogni, uno non si ricorda di sognare, quindi penso: porca miseria, adesso sono pure diventato un medium. Cosa che per un individuo con i piedi per terra come sono io rappresentava una iattura non indifferente. Però, mi faceva piacere rivederlo, sapere che aveva ancora una qualche forma. L’ultima immagine che avevo di lui era la sua faccia ricoperta di cera. Pareva una di quelle bambole, sapete, che se le sdrai chiudono gli occhi. Diciamocelo: in fondo non ci avevo mai creduto davvero che se ne fosse andato del tutto.

“E perchè sarei un coglione, scusa?”

“Ma perchè sono mesi che ti angosci perchè non possiamo più andare a bere il ponce insieme. E cosa vuol dire? Cazzo, ma non l’hai ancora capito?”

In quel momento, la mia espressione doveva essere alquanto idiota. Ma del resto, cosa avrei dovuto capire mai?

“Il fatto stesso che ora mi vedi ti dovrebbe dire qualcosa. Alla fine, non siamo così separati come pensi. Se ti ricordi di me, vuol dire che per certi versi sono ancora in giro. Nella tua testa, come in quella di tanti altri che mi hanno conosciuto. E da vivo, in definitiva, cosa facevo? E tu, cosa fai? Rimbalziamo nella testa degli altri, ecco cosa.”

Mi ci sarebbe voluto un po’ per capire bene almeno la lettera del concetto. Stavo giusto per chiedere delucidazioni quando già in strada esplose il rombo del camion della monnezza. Le cinque. Un’ora prima che suonasse la sveglia. Dopodichè, il milione di affari da sbrigare prima di dormire, e magari saperne qualcosa di più.

Come finire dentro un film

Di David Di Luca

Mio padre è finito dentro un film. Anzi, per la precisione c’è finita la sua macchina. Ce ne siamo accorti riguardando il film E’ arrivato mio fratello  con Renato Pozzetto.  Ci sono diverse scene girate a Livorno, tra cui una sulle bellissime scogliere di Calafuria.  Ebbene, proprio quel giorno mio padre era a pescare, sua grande passione che però può praticare solo sporadicamente. Come quel giorno appunto.

Così, rivedendo la scena, a un certo punto fa: “Ma guarda se quella è la mia Ritmo?”

E non c’era dubbio che fosse quella. All’epoca era probabilmente l’unica auto di quel modello, ormai, che circolasse in città. Bè alla fine non ci avevano dato l’Oscar. Però il fatto di essere finiti dentro un film, anche per caso e indirettamente, ti fa sentire per un attimo parte dello showbiz. Magari ti ricordi pure che un tuo lontano parente è stato produttore. Chissà, forse avevamo il cinema nel sangue, e abbiamo lasciato perdere.

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