Scaffali Animati, “Io vedo me stesso”, di David Lynch

In collaborazione con RadioAnimati, www.radioanimati.it 

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David Lynch
si qualifica sicuramente come uno dei registi più visionari della sua generazione. Nell’immaginario collettivo rimane sicuramente una delle serie più fantasiose della storia della Tv, Twin Peaks. Ma la sua produzione è molto più ampia, ed ha dato luogo a una vasta serie di saggi sulla sua opera

.Ultimo in ordine di tempo il volume che vi presento oggi, Io vedo me stesso. La mia arte, il cinema, la vita“, pubblicato da Il Saggiatore. Si tratta di una serie di interviste raccolte nell’arco di più di un decennio dal curatore, Chris Rodley.

A lui, Lynch ha affidato il racconto della propria  formazione, e quindi dell’origine delle immagini che lo hanno reso famoso. Il regista ci parla la passione per la pittura e l’influenza di artisti come Oskar Kokoschka e Francis Bacon, il suo lavoro di fotografo e la collaborazione musicale con Angelo Badalamenti, fino alle grandi opere cinematografiche, spesso frutto di difficili compromessi per mantenere il controllo creativo.

Molto importante anche la definizione del suo cinema, che si presenta come un’esperienza simile a quella che si vive al risveglio, quando i sogni cominciano a lasciare il posto alla realtà. Un’opera dunque indispensabile per entrare nel profondo di opere come Velluto blu e Strade perdute, The Elephant Man e Mulholland Drive. Film che hanno la caratteristica di comunicare allo spettatore una suggestiva visione del mondo.

 

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Film, “Il mio grosso, grasso matrimonio greco 2” di Kirk Jones

A cura di Francesca Fiorentino

grosso_grasso_2Nia Vardalos è una miracolata. Attrice e sceneggiatrice di discreto talento, è balzata agli onori della cronaca nel 2002 grazie alla simpatica commedia “etnica”, Il mio grosso, grasso matrimonio greco, di cui era interprete e autrice del soggetto. Nel film raccontava in maniera spiritosa la vita di una ragazza alla ricerca della propria identità in una chiassosa e opprimente famiglia di origini greche.

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Prodotta dalla moglie di Tom Hanks, Rita Wilson, l’opera conquista subito il pubblico per il suo umorismo all’acqua di rose e la verace caratterizzazione dei personaggi, dal padre, maniaco della cultura ellenica, che cura ogni malanno col Vetril, alla giunonica madre, angelo del focolare dallo spirito mordace.

Quattordici anni dopo, la Vardalos torna sul luogo del delitto e nel sequel prova a mettere in scena nuovi problemi di identità, stavolta legati alla figlia, una studiosa adolescente che deve capire cosa vuole dalla vita e soprattutto desidera ardentemente separarsi da quei genitori troppo affettuosi e asfissianti per lasciarla volare con le proprie ali.

Se nel primo capitolo tutto funzionava egregiamente, con il focus della storia concentrato sulla relazione amorosa tra la protagonista e lo “straniero”, nel secondo tutto diventa più fumoso e confuso.

Alla storyline della giovane che cerca una vera realizzazione, si affianca quello degli anziani genitori di Thula, che scoprono dopo tanto tempo di non essere sposati. E quando il discorso si sposta sull’amore senile, sulla difficoltà di integrarsi in una società informatizzata all’ennesima potenza, sui valori fondanti della famiglia come nucleo primigenio di ogni relazione sociale, il film perde colpi e diventa noioso e annacquato.

A salvarlo è solo la simpatia degli interpreti e la buffa caoticità di situazioni in cui è facile identificarsi. Se vi basta questo, allora potete tranquillamente dedicarci una serata.

Film, “Un sapore di ruggine e ossa” di Jacques Audiard

A cura di Francesca Fiorentino

sapore_ruggine_ossaStephanie è un’addestratrice di orche ad Antibes. Ali è un uomo che vive di espedienti con un figlio a carico. Si incontrano in discoteca e si separano poco dopo. Fino a quando una tragedia che coinvolgerà la ragazza non li riunirà, trasformando il loro rapporto in una relazione sentimentale.

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Quando Jacques Audiard parla d’amore lo fa in maniera carnale e profonda. Riesce ad entrare nei territori più reconditi dell’animo umano, senza falsi sentimentalismi. Era successo nel bellissimo Tutti i battiti del mio cuore, in cui la musica era la chiave per esplorare il rapporto tra un uomo e una donna incapaci di comunicare con le parole, ma più uniti di quanto si potesse pensare, e il miracolo si ripete anche in Un sapore di ruggine e ossa del 2012.

Ispirato ad una serie di racconti di Craig Davidson, il film prende i due protagonisti, Marion Cotillard e Matthias Schoenaerts e li inserisce in una struttura di grande intensità emotiva. Sono i loro corpi imperfetti ad essere in primo piano. La donna non ha più le gambe in seguito ad un incidente sul lavoro, mentre Ali, che è un lottatore, sembra trascinare nel mondo i suoi muscoli pesanti.

Se lei trova nella fragilità una nuova forza, anche quella di perdonare l’animale che l’ha mutilata, lui capisce come dosare la propria forza e grazie a Stephanie “impara” cosa voglia dire essere delicati. Una dote umana essenziale nel rapporto uomo-donna, un regalo che lei pretende e chiede ad alta voce.

Il regista francese mostra l’evoluzione di questo rapporto, nato inizialmente come mutuo sostegno, dosando in egual misura brutalità e poesia e grazie a questa alchimia riesce a schivare qualunque deriva melodrammatica. 

Film, “Breakfast Club”

A cura di Redazione Spettacoli
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L’incipit è di quelli che non si dimenticano. Le note di “Don’t You Forget About Me” dei Simple Minds ci portano alla sequenza che ci presenta i cinque protagonisti del film, un gruppo di adolescenti che per punizione, a vario titolo, sono costretti a passare il sabato nella palestra della scuola. Si tratta di tre ragazzi, Brian, un candido secchione, l’atletico Andy e il rabbioso John e due ragazze, la chic Claier e la problematica Allison. Quando il preside Vernon assegna loro un tema dal titolo “Chi sono?” dovranno inevitabilmente fare i conti con le proprie paure ed insicurezze, ma saranno anche in grado di tirare fuori la propria originalità. Così, dopo gli iniziali screzi, iniziano a sentire una profonda vicinanza gli uni alle altre.
Cult movie del 1985, Breakfast Club, diretto dal veterano John Hughes rappresenta l’apice dei teen movies degli anni ’80, un’opera che con leggerezza e toccante realismo è riuscita a dipingere tutte le differenti sfumature di un’età bella e terribile, un periodo della vita in cui non si è ancora certi di se stessi ma che ci dà la possibilità di sperimentare.
Hughes non è stato certo il classico autore con la A maiuscola, uno di quelli impegnati a tradurre in immagini ardite e sofisticate la propria idea di mondo, ma nella sua lunga carriera, fermata dalla morte prematura a soli 59 anni, ha saputo però più di ogni altro interpretare gli umori di un pubblico giovane, raccontandone la vita con incredibile profondità unita ad una comicità mai volgare. Ecco perché oggi ci manca così tanto e rivedendo il film a 30 anni di distanza non possiamo fare a meno di notare che c’è un po’ di quei cinque ragazzini in ognuno di noi.

Film, “Mia madre” di Nanni Moretti

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Scheda a cura della Redazione Spettacoli 
Non ci saremmo certo aspettati un film del genere, invece Mia madre di Nanni Moretti riesce nell’impresa di distanziarsi dalla recente produzione del regista romano, restando profondamente connesso a questa. Nella pellicola si racconta la storia, autobiografica, di una regista che perde sua madre mentre sta girando un’opera drammatica legata alla nostra contemporaneità (si parla di un gruppo di operai che stanno per perdere il loro posto di lavoro).
Margherita si trova così al centro di una crisi umana profondissima, con una separazione che non sa come affrontare. Prova ad aiutarla il fratello Giovanni (lo stesso Moretti) che in una bellissima sequenza onirica la invita a rompere uno dei suoi 200 schemi.
Slittando continuamente tra realtà e sogno, pur non rinunciando mai ad una messa in scena realista, con una luce quasi sempre soffocata e buia,
Moretti racconta di sé e del dramma che lui stesso si è trovato ad affrontare durante le riprese di Habemus Papam con un pudore e una dolcezza che non ci attendevamo, distribuendo il peso del racconto sulle spalle di una bravissima Margherita Buy, di una gigantesca Giulia Lazzarini e di un gruppo di comprimari eccellenti come John Turturro, star straniera in crisi del film di Margherita. Da vedere.

Show News: arriva “Interstellar”

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A cura di Francesca Fiorentino
Arriva nelle nostre sale il nuovo, attesissimo, film di Christopher Nolan, Interstellar, kolossal fantascientifico in cui si racconta la missione di un gruppo di esploratori spaziali che, viaggiando attraverso un wormhole, un buco nero, cercano di trovare un luogo in cui gli uomini possano vivere dopo la devastazione della Terra, colpita al cuore da una serie di drastici cambiamenti climatici.
Nel cast, Anne Hathaway, Jessica Chastain e la superstar Matthew McConaughey, reduce da una stagione di successi culminata con la vittoria dell’Oscar per la sua interpretazione in Dallas Buyers Club e con la partecipazione al cult serial True Detective.
“Il messaggio principale del film, secondo me, è che le nostre aspettative, le aspettative dell’intera umanità, devono essere più grandi di noi stessi. Sono convinto che l’intero film rappresenti una sfida incredibile nei confronti dell’umanità – ha detto l’attore texano -, ma al tempo stesso dimostri una grande fiducia verso l’umanità stessa: è un tributo alle ambizioni e alle capacità degli esseri umani, spesso maggiori di quanto non si creda”.
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Indebolito da un malessere che lo ha costretto ad un ricovero in ospedale, Ermanno Olmi non ha rinunciato a far sentire la sua voce in occasione della presentazione del suo ultimo lungometraggio, Torneranno i prati, in uscita nelle nostre sale proprio in questi giorni. Ambientato negli anni della Prima Guerra Mondiale, sul fronte italiano, il film vuole “raccontare il grande tradimento fatto nei confronti delle persone che sono morte e non hanno mai saputo perché”.
Secondo Olmi c’è stata insomma una ”vigliaccheria”, un ”tradimento”, perché i veri nemici ”non erano quelli della trincea di fronte, ma quelli che ti hanno mandato in trincea ad uccidere gente come te mentre intorno la natura celebrava la vita”. E così ”bisogna chiedere scusa perché se vuoi che un pensiero cambi il mondo prima devi cambiare te stesso”, ha fatto sapere in una nota. L’opera è stata proiettata anche al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione dell’anniversario dell’armistizio (4 novembre).
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Sarà il regista Darren Aronofsky il presidente della giuria della Berlinale 2015, il celebre Festival cinematografico che si terrà a Berlino dal 5 al 15 febbraio prossimi. Leone d’oro a Venezia nel 2008 per “The Wrestler”, Aronofsky “si è distinto come uno dei protagonisti, fra gli autori cinematografici, e indaga le possibilità espressive e estetiche del cinema a fondo”, si legge nella nota a firma del direttore della Berlinale, Dieter Kosslick.
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E’ American Gigolò l’ultimo film in ordine di tempo che arriverà in televisione con una serie nuova di zecca. Artefice del progetto, il solito produttore Jerry Bruckheimer (sua l’ideazione di CSI, Cold Case e Senza Traccia) che sta collaborando con lo studio Paramount Television per lo sviluppo di una serie ispirata al cult movie del 1980 con Richard Gere nei panni di un affascinante gigolò. Anche Ghost subirà, per così dire, lo stesso trattamento, a cui starebbero lavorando Akiva Goldsman e Jeff Pinkner.
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Diventerà una serie televisiva per la Rai la saga letteraria di Elena Ferrante, quattro volumi – “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge” e di chi resta e “Storia della bambina perduta” (in libreria proprio in questi giorni) –  noti come il ciclo dell’amica geniale; lo ha comunicato la Fandango rendendo noto di aver attivato una collaborazione con Rai Fiction. A guidare il team di scrittura sarà lo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo, recente vincitore del Premio Strega 2014. Nei libri si racconta la storia di Lina e Elena, due donne cresciute nella Napoli degli anni ’50, cresciute durante i rivoluzionari Settanta.
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Ricomincia dal Teatro della Pergola di Firenze la tournèe di Servo per due, dramma scritto da Richard Bean, liberamente ispirato al classico di Carlo Goldoni, Arlecchino servitore di due padroni.  Pier Francesco Favino è Pippo, un moderno Arlecchino che, dopo aver perso l’impiego, si trova costretto a lavorare per due diversi padroni, entrambi malviventi. Lo spettacolo, diretto da Paolo Sassanelli, sarà in scena nel capoluogo toscano fino al 9 novembre, per poi replicare nei teatri della Toscana prima di percorrere da nord a sud la Penisola.

Film, L’attimo fuggente

attimofuggenteDi Francesca Fiorentino, www.enxerio.com

Il film è disponibile su Amazon.it

Quando lo scorso 11 agosto è arrivata la notizia della morte di Robin Williams, fummo tutto addolorati dalla scomparsa di un grande attore, uno di quelli più amati e benvoluti dal pubblico. Oggi lo vogliamo ricordare parlandovi del film che più di ogni altro è servito a rafforzare il profondo legame con la gli spettatori, L’attimo fuggente di Peter Weir. Negli anni ’90 (il film è del 1989) non c’è stato ragazzino (compresa la sottoscritta) che non guardasse a quella pellicola con ammirazione e devozione, come se le parole del professor John Keating fossero rivolte proprio a loro, nessuno escluso. Se Williams diceva, “Cogliete l’attimo, rendete straordinarie le vostre vite”, pensavamo che fosse possibile, anzi lo consideravamo quasi obbligatorio. Oggi pensiamo che quel messaggio sia ancora potente, tuttavia lo facciamo nostro con maggiore realismo. Chi è John Keating? E’ il professore di letteratura della celebre Welton Academy, la scuola dove si sarebbe formata la futura classe dirigente degli Stati Uniti. Un college dove viene inculcata ai ragazzi una cieca obbedienza alle regole e il desiderio di svettare sugli altri. In questo ambito così mortificante e rigido, il simpatico docente rappresenta il classico granello nell’ingranaggio.

Il professore, infatti, invita i suoi studenti ad amare e conoscere la poesia, a guardare al mondo sempre da una prospettiva diversa, a rincorrere e realizzare i propri sogni, prima che sia troppo tardi. Così, i talentuosi Perry, Anderson, Overstreet, riportano in vita la Setta dei poeti estinti, un gruppo, fondato dallo stesso Keating anni prima, in cui si celebra la bellezza della gioventù leggendo versi di grandi poeti e le proprie creazioni. Ognuno a suo modo contribuisce a quell’avventura con le proprie capacità e peculiarità. Anderson (Ethan Hawke), ad esempio, scopre quanto sia potente il suo animo poetico che lo spinge a liberare una forza a lui stesso sconosciuta (“un barbarico Yawp“), imbrigliata da una famiglia oppressiva e dal confronto a distanza con un fratello maggiore idealizzato da tutti; Perry invece sente di essere un attore e vorrebbe mettersi alla prova sulle tavole di un palcoscenico, contrariando però un padre che per lui ha già pianificato un futuro da medico (Robert Sean Leonard ci diventerà in Doctor House…). Quando il ragazzo, distrutto dal rifiuto paterno, si suicida, Keating viene considerato il principale responsabile della tragedia, per aver instillato nella mente dei suoi studenti, propositi diversi da quelli codificati dalla storia, invitandoli, di fatto, a disobbedire ai genitori e più in generale, a tutte le figure autoritarie. L’uomo viene così licenziato, ma i suoi alunni non dimenticheranno mai quella figura straordinaria. E neanche noi.

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