Libri, arriva “Delitto sulla scogliera”, nuovo romanzo di David Di Luca

Di David Di Luca (ebbene sì, mi faccio pubblicità da solo 🙂 )

Sì, sì, lo so, vabbene, l’Italia è piena di scrittori. Chi non ha il suo libro nel cassetto? E allora ce l’ho anch’io. Dopo La strategia della Cipolla, che ha dato il titolo a questo blog, stavolta ho scritto un calepino.

Difficile definirlo un romanzo, visto che conta sì e no una settantina di pagine. Però ritengo di essere riuscito a scrivere un bel racconto lungo. La trama ruota attorno a un delitto, ma non è un giallo. Non ci sono indagini, non nel senso che siamo abituati a pensare dai casi di cronaca in diretta.  Ci trovate dei personaggi che si muovono in un ambiente all’apparenza rarefatto. E ci sono  anche dei riferimenti all’esoterismo.

Insomma, non potevo evitare ancora una volta di copiare Buzzati. Ma la cosa che conta è che mi sono divertito come un pazzo a scriverlo, così spero che vi divertirete a leggerlo. Oltretutto, penso di aver imparato molto sul metodo che uno deve darsi per riuscire a completare qualcosa che è più lungo del solito raccontino.

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Delitto sulla scogliera – Capitolo XIX

Coen guardava fuori dalla finestra. C’era la nebbia, di quella pesa. Pareva di essere dentro un bicchiere d’orzata. Oppure, si poteva immaginare che fuori dalla finestra ci fosse semplicemente il nulla. A seconda di come uno considerava la questione, l’effetto era atroce o rassicurante. Il nulla, di per sè. poteva essere un buco nero in cui sparivano certezze e progetti, oppure un foglio sgombro per creare qualcosa di nuovo. E poi, chi poteva saperlo: quello che cercavi magari c’era, solo che non lo vedevi. Il tipico errore di pensare che non esiste quello che non percepisci con i sensi.

Un improvviso bing dalle casse del computer lo prese per la collottola, scaraventandolo fuori dalle sue circonlocuzioni. Ammazza quanta posta, pensò Coen. D’altra parte, son giorni e giorni che non la scarico, e sono iscritto a tutte le newsletter de ‘sto mondo e de quell’altro, e non mi decido a mettere filtri… Però stavolta, in mezzo a signorine compiacenti e a principi nigeriani ansiosi di regalarti fiumi di euro, Coen notò anche parecchia gente che gli chiedeva che fine avesse fatto. Perbacco, si disse, ma allora il mondo non è fatto solo di menefreghisti e asociali. Mmmmmm, bisognerà rispondere… Forse è vero che, come diceva quello, nel dubbio occorre perseverare. Accendiamo i fendinebbia, và.

E fece clic su “Componi”.

Delitto sulla scogliera – Capitolo XVIII

Francamente, Beatrice se la sarebbe immaginata diversa. Dagli anni della scuola se la ricordava con una sorta di vestaglione, e magari anche l’aureola. Invece di fronte a lei stava una tipa sui venticinque, anche ben messa di seno, con un piglio che faceva pensare a una donna manager più che all’ideale femminile concepito da un poeta. Subito dopo, Federica si rese conto di aver pensato una solenne sciocchezza. Ormai avrebbe dovuto saperlo bene che “lì” (non sapeva in quale altro modo chiamarlo) niente aveva una forma. Lei era arrivata da poco. Conservava la “forma mentis” umana, e quindi tendeva a “filtrare” quello che percepiva secondo i canoni dell'”homo sapiens”. Col tempo, le aveva detto Gabriele, questa esigenza sarebbe andata scomparendo.
“Dante era tanto un brav’uomo – considerò Beatrice rispondendo a una specifica domanda di Federica, mentre le versava del karkadè – ma a momenti faceva dei discorsi davvero da bischero. Mi sarebbe anche garbato starci insieme, ma cosa vòle, a quei tempi era tutto combinato… mi toccò sposare uno scelto dai miei vecchi, che poi a dire il vero non era neanche male, via. Mi sono adattata, e alla fine m’è andata meglio che a tante altre.”
“Ma poi, qundo lui è arrivato ‘qui’…”
“Sì, ma certo. Sono stata la prima ad andarlo a cercare.Però, sa, erano passati tanti di quegli anni, e anche lui, poverino, quello che non gli era successo! D’altronde, anche a me una volta m’è toccato di tirarlo fuoti da una situazione veramente brutta, quella volta che s’era perso in una selva, distratto com’era, non si ricordava nemmeno come ci era arrivato. Se un ci era Virgilio a cavarlo d’impiccio, magari sarebbe arrivato anche prima.”
“Ma insomma – chiese Federica smettendo di colpo di prendere appunti – quando alla fine vi siete rivisti… com’è andata?”
Improvvisamente, Beatrice guardò per terra. “Ecco.. se devo essere sincera… non è andata benissimo…”
“Cioè?”
“Sai come funziona… per noi, qui, il tempo non scorre. Per chi rimane di là, invece… Insomma, quando arrivò qui a stento ricordava chi fossi.”

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Delitto sulla scogliera – Capitolo XVII

Con il primo mensile della disoccupazione, Coen si era fatto un regalo: la collezione completa di telefilm di “Star Trek”. Intanto, quelli della serie classica. Per le altre stagioni, magari, avrebbe provveduto più in là. Intanto veniva esaudito questo suo piccolo grande sogno. Probabilmente aveva appena l’età delle ragione quando aveva vissuto la prima avventura insieme a Kirk e compagni. Alle medie lui e un gruppo di ragazzi di classe sua erano diventati una sorta di cover-band dell’equipaggio dell’Enterprise. In particolare c’era un ragazzone lungo lungo, magro magro, palliduccio, che inesorabilmente era stato soprannominato Spock. Molti dei ragazzi del gruppo, poi, si trovavano a fare i compiti insieme. Era molto produttivo per tutti, perchè “Spock” aveva una peculiare capacità di di fare in modo che prima venisse il dovere e poi il piacere.

Quest’ultimo consisteva essenzialmente nel formare una sorta di club il cui compito era quello di costruire un’astronave vera. Non so se avete presente questi circoli di gentiluomini inglesi dell’Ottocento, il Phileas Fogg del “Giro del mondo in 80 giorni”. Si trattava esattamente di una cosa del genere. Anzichè mettersi a giocare a pallone, si tuffavano sui libri di fisica. Diciamoci la verità, però. Costruire un’astronave si era rivelata un’impresa un po’ ardua. Principalmente per la faccenda dei motori a curvatura. D’accordo, il concetto di iperspazio era abbastanza chiaro. Ma lo era molto meno come spingere un veicolo alla velocità della luce e oltre usando l’unico carburante a disposizione. Vale a dire, la miscela per motorini. Di quei tempi, a Coen era rimasta la passione per la fantascienza e per la matematica. La prima, come abbiamo visto, lo aveva portato a collezionare dvd. Quanto alla seconda, continuò ad affascinarlo nonostante non ci capisse un emerito nulla, o forse proprio per quello. A un certo punto, gli venne la smania di prendere una seconda laurea, in economia. Il caso volle che uno dei primi esami fosse la cosiddetta matematica generale. Generale questo paio di cosiddetti. Coen spese mattinate intere nella biblioteca della facoltà, immerso in teoria degli insiemi, limiti, derivate, integrali, e chi più ne ha più ne metta. Questo non impedì che al momento di fare lo scritto il testo dell’esercizio gli sembrasse scritto in arabo. E questo non una sola volta, bensì quattordici. Coen non si prese la briga di verificare, ma doveva trattarsi del record della pista.

Tuttavia, la goccia che fece traboccare il vaso fu lo scritto di Ragioneria 1. I bilanci lo appassionavano da sempre, ma naturalmente una cosa era la passione, un’altra la pratica. a un certo punto Coen si ritrovò perso tra dare, avere, attivi e passivi, ammortamenti e li mortacci sua e de Pippo. Riconsegnato il compito con su una serie di scarabocchi, Coen filò diritto in segreteria a firmare la rinuncia agli studi. Forse era meglio continuare sì ad appassionarsi alla materia, ma senza l’assillo di un tassametro che girava. Nel tempo, tutta la vita di Coen aveva un po’ preso questa caratteristica. Da certe sue esperienze del recente passato, aveva mantenuto l’abitudine di fissarsi degli obiettivi, anche ambiziosi, perchè no.

Ma erano ormai passati i tempi in cui se la prendeva se non riusciva a raggiungerli. Da un po’ di tempo, peraltro, andava riflettendo su un meccanismo molto particolare. D’accordo, c’erano obiettivi raggiunti, altri che si realizzavano per metà, e altri ancora che andavano a ramengo, o addirittura ti lasciavano con l’amaro in bocca. Eppure, anche da quelli imparavi qualcosa, anzi, soprattutto da quelli. Ti rimaneva qualcosa che a prima vista pareva un tassello scompagnato, ma che nel tempo aveva una sua bizzarra tendenza ad unirsi con altri tasselli scompagnati, formando un quadro assolutamente comprensibile. Insomma, sembrava proprio che ne valesse sempre e comunque la pena.

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Delitto sulla scogliera – Capitolo XVI

Tiziano si domandò quale scala di valori potessero avere quelli che fanno le carte. Voglio dire, è noto che con questo mestiere si fanno un sacco e una sporta di soldi. Ora, cosa fa in genere chi è ben messo? Non si contenta certo di goderseli lui, deve farlo sapere in giro. Si mette addosso vestiti ed accessori per dieci-quindici stipendi di operaio. Si compra una macchina che ne costa un centinaio. Ma soprattutto mette su un loft o al limite un maxiappartamento dove ogni dettaglio letteralmente urla che lì ci abita una persona di successo. Questi, invece, non si sa se per le tasse o per una questione di immagine, facevano l’esatto contrario.

La tipa, per esempio, gliel’avevano presentata come un vero dio nel suo campo. Eppure stava in un tugurio, una costruzione bassa, bislunga, all’estremo limite tra periferia cittadina e campagna. Sulla facciata, l’intonaco era ormai un lontano ricordo. E’ vero, c’è anche chi ama i mattoni a vista, ma qui era diverso. Si vedeva che l’effetto dipendeva dall’incuria, e non dalla mano di qualche esperto di arredamento. E l’incuria sicuramente era uno dei peccati mortali, insieme all’essere calvi o grassi o – dio ce ne scampi – al sudare, specie sotto le ascelle. L’androne e le scale non smentivano questa impressione, così come del resto l’ingresso della casa. Quest’ultimo presentava inoltre una catastrofica puzza di broccoli, mista ad odore di sporcizia almeno decennale. Un effluvio che ebbe il potere, per alcuni secondi, di trasportare Tiziano fuori dal suo corpo.

Venne riscosso dal ringhio di un cane terranova nero, enorme, mezzo spelacchiaro, che lo fissava con due occhi per nulla rassicuranti. Che sapesse? “C’è… C’è qualcuno!?” A quel punto – solamente a quel punto – in fondo al corridoio si sentì uno scricchiolio, seguito dal suono di una voce che poteva ben essere quella della strega di Biancaneve.

“Buono Lucifero, a cuccia.”

Il bestio smise di ringhiare e si accovacciò a terra. Nel frattempo si cominciò ad udire un ticchettio cadenzato. Dopo un tempo che a Tiziano parve lunghissimo, dall’oscurità emerse una donnina alta si e no uno e cinquanta. Sul suo viso, tracce di pelle tra una ruga e l’altra. “La prego di voler scusare il mio cucciolo.” Nonostante fosse notevolmente curva, alzò la testa quel tanto che bastava per guardare Tiziano negli occhi. ” Si sa come sono fatti gli animali, – aggiunse – quello che pensano, esprimono. Non sono come noi, che abbiamo sviluppato la sottile arte di dire una cosa mentre ce ne passa per la testa un’altra. Del resto – aggiunse sedendosi lentamente per non irritare la sciatica – il mio Lucifero è particolarmente sensibile agli odori. Ogni persona ne emana di differenti a sconda dello stato d’animo. E’ proprio così che i cani si rendono conto di quando abbiamo paura: la annusano. Lo sappiamo fare anche noi, solo che non teniamo in gran conto questa capacità. Lui, poi. è molto bravo a percepire l’odore della stronzaggine. Non che ci voglia molto, visto che lei ne emana in quantità industriale.”

“Ma io…” stava per replicare Tiziano. Solo che il suo sguardo incrociò quello del bestio, accucciato in un angolo buio. Nell’oscurità i suoi occhi erano ancora più luminescenti. La sua salivazione si azzerò, impedendogli di aggiungere altro.

La donnina cominciò a mescolare le carte. “Lo so cosa stava per dirmi. Che non è colpa sua se è diventato uno stronzo. Ha avuto un’infanzia difficile. Padre assente e manesco quando c’era, made alcoolizzata che non disdegnava qualche viaggetto con sostanze varie. E lei finiva sempre per essere, come dire, un elemento di disturbo nei loro affarucci. Già già. E quindi, seguo sempre il suo ragionamento, poichè è stato trattato male lei, dovevano soffrire anche gli altri. Un bel modo per sistemare le cose, noh?”

 Tiziano forse avrebbe voluto dire qualcosa, ma la lingua era incollata al palato. “Allora te lo dico chiaro e tondo, bello mio. Si, è vero, Lucifero ha letto nella tua mente, e non gli è piaciuta granchè la tua impresa con il suo collega. Del resto, la paura che provi non è altro che la naturale conseguenza del male che hai fatto. Non importano le giustificazioni. Da sempre, il male non può portare che altro male, e poi ancora ed ancora, senza fine. So anche che vuoi salvarti da tutto questo. La buona notizia è che ci puoi riuscire. Basta che smetti di vendicarti sugli altri per il male che ti è stato fatto. Cerca piuttosto di rendere felici gli altri. Fino ad allora, bello mio,  il tuo destino è quello di sentirti sempre più impaurito.”

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