>Film, “Control”, di Anton Corbijn

Di Francesca Fiorentino

Il film è disponibile su Amazon.it

Vita e opere di Ian Curtis, fondatore dei Joy Division, frontman tra i più carismatici della storia del rock, uomo fragile travolto da una disperazione che lo ha portato al suicidio. Questo è Control, il film diretto nel 2007 dall’olandese Anton Corbijn, qui al suo debutto registico dopo una carriera ultradecennale nella fotografia e come regista di videoclip per artisti come Depeche Mode, New Order, Nirvana e soprattutto U2.

Si tratta di uno dei biopic musicali più ispirati degli ultimi tempi, capace di raccontare i momenti diversi della vita del protagonista, lo straordinario Sam Riley, senza sbavature e con encomiabile pulizia formale. La storia parte dalla gioventù di Ian, un ragazzo come tanti nell’Inghilterra degli anni ’70 che si sente soffocare nel piccolo ambiente della sua città, Macclesfield, poco distante da Manchester.

L’unica via d’uscita da quel mondo senza prospettive è la musica, strada che intraprende non senza problemi assieme alla sua band, i Joy Division, nata sulle ceneri dei Warsaw. Sposatosi con Debbie (Samantha Morton), che mette al mondo una bambina, Ian non riesce a conciliare la vita familiare con il suo desiderio di libertà e soffre questa situazione. Quando si lega alla giornalista belga Annick, il suo mondo sembra sul punto di esplodere.

I primi sintomi dell’epilessia che lo colpiscono durante un concerto non fanno altro che aggravare la depressione di Ian. Dopo l’ultimo attacco, Ian, solo in casa della moglie da cui ormai si è separato, si impicca. E’ il 18 maggio del 1980. Ian Curtis ha solo 23 anni. Fan dei Joy Division, Anton Corbijn ha lavorato un mese e mezzo per le riprese del film, girato in un bianco e nero molto evocativo, autofinanziando il progetto, assieme a Martin Gore dei Depeche Mode.

> La cocaina impoverisce il cervello

Di Francesca Fiorentino. www.enxerio.com

La cocaina ha effetti letali sulla funzionalità cerebrale e il cervello di chi consuma regolarmente questa sostanza stupefacente invecchia con una velocità maggiore rispetto a quello di una persona di chi non ne fa uso. Lo certifica una ricerca dell’Università di Cambridge, pubblicata su Molecular Psychiatry.

Lo studio ha coinvolto 120 persone simili per età, sesso e Quoziente d’Intelligenza verbale; la metà di queste era dipendente dalla droga. Dopo aver scannerizzato il cervello dei volontari, i ricercatori hanno verificato che il tasso di perdita di volume della materia grigia correlato all’età era significativamente maggiore nei cocainomani rispetto ai coetanei. Si parla di 3,08 millilitri di volume cerebrale l’anno.

L’impoverimento del tessuto cerebrale coinvolge maggiormente la corteccia prefrontale e temporale, normalmente associate ad attenzione, processo decisionale e memoria.

> Leopardi contro Recanati, 1-0

Post-delirio di David Di Luca, www.enxerio.com/david 

« Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s’io m’arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo […] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia »

Questo è per coloro che pensano che solo oggi i libri vengano disprezzati a favore di altri modi di passare il tempo. E’ Giacomo Leopardi che scrive al suo mentore e grande amico Pietro Giordani. Ovviamente, il grande poeta supererà il problema. Il fatto che le persone attorno a te non ti stimino non ti rende meno responsabile di seguire il tuo sogno.

Dirò di più: è bellissimo che ognuno segua la sua strada lasciando che il prossimo segua la propria. Perchè mai cercare di imporre le nostre idee agli altri? Io la penso così, tu la pensi cosà, e siamo tutti felici e contenti. Che bella cosa la libertà di fare ognuno quello che ci pare!!!

Giacomo Leopardi su WikipediaLibri di Giacomo Leopardi su Amazon.it

> Libri, “Risate in scatola” di Luca Barra

Di David Di Luca, www.enxerio.com/david

Il volume è disponbile su Amazon.it

Ha fatto e fa ridere generazioni di telespettatori, e in genere viene considerato uno spettacolo leggero, ma la “situation comedy”, o sitcom come viene normalmente chiamata, è un prodotto tutt’altro che banale, specialmente quando si devono portare sui teleschermi italiani delle serie prodotte nei nostri paesi.

Per chi è interessato a questi aspetti, è interessante leggere il volume che vi presentiamo oggi. Si tratta di “Risate in scatola”, scritto da Luca Barra e pubblicato da Vita e Pensiero.  Il libro espone le basi teoriche per uno studio dei processi di ‘mediazione’, solo apparentemente banali, che si sviluppano nel passaggio di un prodotto mediale da un Paese all’altro: l’italianizzazione del contesto, la traduzione, l’adattamento, la distribuzione.

Queste basi vengono poi applicate a un’approfondita analisi delle vicende italiane della sitcom americana, e di alcuni suoi titoli in particolare (“Seinfeld”, “Friends”, “Will & Grace”, “How I Met Your Mother”),trattandone tre aspetti: la ricostruzione della storia del genere nel nostro Paese; la rassegna delle variazioni e del modifiche traduttive che il prodotto televisivo si trova necessariamente ad affrontare; infine, il racconto della sua filiera produttiva e distributiva, delle routine traduttive e dei professionisti.

> Intolleranza agli odori, questione di cervello

Di Francesca Fiorentino. www.enxerio.com

L’intolleranza agli odori è un malessere molto più diffuso di quanto si possa pensare e comporta dei fastidi non appena si avverte un profumo particolare o semplicemente quando si entra in una stanza dove sono diffuse fragranze piacevoli (ad esempio il banco dei detersivi di un supermercato). Non ha nulla a che vedere quindi con la ‘bontà’ o meno dell’odore, perché a provocare mal di testa e nausea può essere anche il leggero contatto olfattivo con un eau de toilette griffato.

Secondo le stime rese note dallo studioso svedese Linus Andersson a soffrire di questo particolare disagio è il 10% della popolazione mondiale, con un 2 % che avverte sintomi molto intensi; il ricercatore dell’Università di Umea, inoltre, ha approfondito lo studio di questa intolleranza, legata a quanto pare ad un’iper attività cerebrale.

Quando si avverte un odore particolare, piacevole o meno, il cervello si ‘abitua’ a quel profumo, diminuendo il suo stato di allerta davanti ad un evento nuovo. In mancanza di tale funzione di ‘riposo’ si prova fastidio nel percepire gli odori. Il cervello insomma prosegue la sua attività nell’area olfattoria, come se fosse sottoposto in continuazione ad uno stimolo nuovo.

I soggetti affetti da questo disturbo sono in grado di descrivere minuziosamente il tipo di odore che provoca loro disagio, sostenendo che la sua intensità aumenti nel tempo, anche se la concentrazione della sostanza aromatica nell’ambiente non cambia, anzi diminuisce. Inoltre sviluppano una maggiore sensibilità alle sostanze che irritano naso e bocca come il peperoncino.

> Dieta, gli americani non amano i miracoli

Di Francesca Fiorentino. www.enxerio.com

Essere ossessionati dalla dieta è cosa quantomai probabile quando si avvicina l’estate e si vuole essere pronti per la fatidica prova costume. Non c’è settimanale o mensile in edicola che non proponga la sua ricetta per perdere chili, pubblicizzando diete notissime (la Dukan o la tisanoreica) oppure creandone di nuove. Eppure se si vuole tornare in forma le regole da seguire sono poche e nemmeno tanto nuove: bisogna mangiare meno grassi e muoversi un po’ di più. Comportarsi cioè come stanno facendo molti americani, sempre più convinti che un regime alimentare sano sia il modo più giusto per stare in salute. Al bando beveroni miracolosi, pasti sostitutivi, barrette ipocaloriche e via di seguito; la ricerca pubblicata recentemente sull’American Journal of Preventive Medicine dimostra che le abitudini gastronomiche dei cittadini statunitensi, monitorati nell’indagine condotta su tutto il territorio nazionale dai Centers for Disease Control di Atlanta, stanno via via affinandosi. La National Health and Nutrition Examination Survey, questo il nome della ricerca, controlla annualmente la salute e il modo di mangiare di 5.000 soggetti, tramite questionari ed esami del sangue.
Tra le persone che hanno risposto ai questionari nel periodo 2001-2006, sono stati selezionati 4.000 obesi con un Indice di Massa Corporea superiore a 30. Fra questi più di 2.500 avevano cercato di dimagrire nell’anno precedente e solo 1.500 erano riusciti a centrare l’obiettivo perdendo almeno il 5% del peso iniziale. Come? Riducendo l’apporto di grassi sulla loro tavola e cercando di introdurre maggiore attività fisica nella loro routine quotidiana. L’uso di medicinali non era contemplato, se non in rare eccezioni, così come quello dei cibi light. Bocciati invece gli altri metodi ‘fai da te’, le autodiete, l’assunzione di prodotti erboristici e affini. Anche se le informazioni raccolte nei questionari non sono state verificate direttamente dai ricercatori, lo studio ha un valore sufficientemente rilevante poiché è stato effettuato su un campione rappresentativo della popolazione statunitense, per età, sesso, etnia, livello socioeconomico e zona di residenza. Manca tuttavia la parte relativa al post-dieta, ovvero sapere se i chili persi siano stati ripresi o meno, ciò che conta però è che ci siano stati risultati positivi attraverso metodi tradizionali e non ‘miracolosi’. Sta alla buona volontà della persona proseguire sulla strada giusta senza lasciarsi tentare da soluzioni facili ma anche pericolose.

> AIDS e la nuova frontiera delle staminali

Di Francesca Fiorentino. www.enxerio.com

Considerata come una delle malattie più letali di sempre, la Sindrome da Immunodeficenza Acquisita, meglio nota come AIDS, è diventata con il passare del tempo una patologia che si può affrontare e combattere, restituendo al malato dignità e umanità.

Non solo, ma in questi anni sono stati tanti i passi compiuti dalla ricerca scientifica per studiare nuove tecniche in grado di limitare l’infezione da HIV. L’ultima prevede l’impiego delle cellule staminali che, se adeguatamente trattate e modificate, sarebbero in grado di estirpare il virus dall’organismo umano.

La scoperta è stata possibile grazie allo studio realizzato presso la School of Medicine dell’Università della California di Los Angeles ed appena pubblicato su PLoS Pathogens. Il team coordinato dal professor Scott G. Kitchen, ricercatore della UCLA e membro dell’Aids Institute, ha trattato le staminali umani arricchendole geneticamente con un recettore. Inoculate in cavie da laboratorio infettate con HIV, le staminali modificate hanno effettivamente prodotto una risposta immunitaria degna di nota; le cellule in grado di distruggere il virus sono aumentate e inoltre è diminuita la circolazione nel sangue dell’organismo patogeno.

Già qualche tempo fa una ricerca simile aveva dimostrato l’utilità della manipolazione genetica nella cura dell’AIDS; in quel caso ad essere studiati furono i linfociti T citotossici CD8, cellule del sistema immunitario deputate in maniera specifica a contrastare le infezioni e presenti in quantità non sufficiente in un organismo affetto da AIDS. Esse sono state clonate e inserite in staminali in modo da essere moltiplicate. Non resta che la sperimentazione sugli esseri umani per avere risposte definitive a questi studi, di per sé già importanti per individuare la cura per l’AIDS.

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