Sei sostanze tossiche al bando dall’Europa

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com

L’Unione Europea ha stilato l’elenco delle sei sostanze chimiche, dannose per la salute e l’ambiente, che entro cinque anni al massimo saranno messe al bando dal Vecchio Continente. Si tratta di sostanze presentiin vernici,detergenti, tessuti e copertine di libri e interni di automobili che sono cancerogene e dannose per la riproduzione.

Diamo un’occhiata alla black list che comprende il Musk Xylene, impiegato in detergenti, agenti smacchianti e ammorbirdenti e l’MDA, il diamminodifenilmetano, un agente indurente nelle resine per rivestimenti. Ma nell’elenco troviamo anche l’HBCDD, l’esabromociclododecano, ritardante di fiamma in pannelli isolanti e l’etilesil ftalato, meglio noto come DEHP, un plastificante.

Per chiudere annoveriamo anche il BBP, lo ftalato benzilico butilico, altro plastificante e infine lo DBP, ftalato dibutilico, un polimero utilizzato per i prodotti tessili avanzati.

La decisione avrà un impatto su diversi settori: dalla cosmetica all’edilizia e all’industria dell’auto, fino al tessile e al cuoio.

Sii sempre Te stesso…

Un guest post di Giancarlo Fornei, www.giancarlofornei.com

Foto di Giancarlo ForneiUno degli errori tipici nel parlare in pubblico è il volere, a tutti i costi, imitare qualcuno.

Se avere un Mentore come punto di riferimento è importante, cercare di imitarlo per tutto e in tutto è sbagliato.

La cosa più intelligente che Tu possa mai fare è prendere spunti dal Tuo modello, ma restando sempre Te stesso.

Paradossalmente, questo non è un consiglio valido solamente nel public speaking, ma bensì è applicabile in ogni ambito della Tua vita personale e professionale.

In ogni mio seminario, in ogni intervento in pubblico, ricordo sempre alle persone che partecipano che sono uniche e originali.

Anche Tu.

Anche Tu sei una persona unica, anche Tu sei una persona originale.

Mi dici perché Vuoi annullare la Tua personalità?

Prendi il meglio dal Tuo Mentore, dal Tuo punto di riferimento, dal soggetto che stai studiando e poi mettici la Tua personalità.

Condisci il Tuo intervento con le Tue personalissime esperienze, trasferisci alla platea le Tue emozioni.

Insomma, esprimi sempre la Tua personalità.

Sono certo che così facendo, saprai conquistare ogni platea e piano piano, diventerai Tu stesso, un punto di riferimento per qualcun altro.

Un abbraccio

Giancarlo Fornei
Formatore Motivazionale, Scrittore & Mental Coach
“Il Coach delle Donne”

Libri, “Il mito dell’Alzheimer”

Fonte: Ufficio Stampa Cairo Editore

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Questo libro metterà in discussione il sapere precostituito e i dogmi sull’Alzheimer. Vi illuminerà, vi darà speranza, vi esorterà a liberarvi delle etichette stigmatizzanti che medici come me sono stati troppo precipitosi nell’applicare e vi aiuterà a progredire nel vostro viaggio verso la vecchiaia.

Una singola e specifica malattia chiamata Alzheimer non esiste. Esiste piuttosto un processo dinamico di invecchiamento cerebrale che culmina negli inevitabili sintomi cognitivi dell’età avanzata, lungo traiettorie tanto diverse quanto lo sono le persone coinvolte. È questa la tesi da cui parte Peter Whitehouse, uno dei massimi esperti mondiali di Alzheimer, per offrire una nuova chiave di lettura della diagnosi che riguarda 25 milioni di persone nel mondo. Una delle diagnosi più temute del nostro tempo, che equivale a una sentenza di totale e devastante perdita di sé. Un mito nato nel 1906, dall’osservazione del dottor Alois Alzheimer di un singolo caso clinico, che si è trasformato in un mostruoso giro d’affari che vale 100 miliardi di dollari l’anno. Un impero.

Nella consapevolezza che «sapere è potere», Whitehouse ci riassume alcune nozioni basilari sul funzionamento del cervello, ci tratteggia le teorie più accreditate sulla malattia di Alzheimer, ci guida attraverso un complesso panorama di farmaci, terapie alternative, tecniche molecolari e genetiche per approdare a una miniera di consigli pratici su come valutare criticamente le notizie dei media, capire quando rivolgersi a uno specialista e intervenire sui fattori di rischio del decadimento cognitivo. Mettendo a disposizione di pazienti e caregiver la sua preziosa esperienza clinica e umana, l’autore risponde ad alcune domande fondamentali: se l’Alzheimer è veramente una malattia; qual è la differenza tra l’invecchiamento cerebrale fisiologico e quello patologico; se si può sperare in una cura per la perdita di memoria; se esistono metodi alternativi per preservare la salute della nostra mente; quanto sono efficaci i farmaci in commercio. Infine dedica un’intera parte alla prevenzione, in termini di stile di vita e di misure di sanità pubblica, con le regole da seguire per un «buon» invecchiamento.

Rinunciando dunque alla «semplificazione biologica» di un’etichetta che considera solo la patologia, questo libro si concentra sulle persone, sulle loro storie, sulle famiglie che ne hanno cura. Alle soglie del XXI secolo, una vera e propria rivoluzione culturale che ci porta a riconsiderare il senso più profondo del nostro essere uomini e il ruolo degli anziani nella comunità.

GLI AUTORI

Peter J. Whitehouse, neurologo americano, è uno dei massimi esperti mondiali di Alzheimer. Il suo lavoro ha portato a una migliore comprensione di come il cervello sia influenzato dalla malattia e a una nuova attenzione alla qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari. Attualmente insegna alla Case Western Reserve University di Cleveland, Ohio, dove ha fondato un importante centro di ricerca sull’Alzheimer.

Daniel George, dottore di ricerca in Antropologia medica presso l’Università di Oxford, insegna al college of Medicine della Penn University. Collabora con il dottor Whitehouse dal 2004.

Carlo Vergani è Prof. Ordinario di Medicina Interna – Geriatria dell’Università degli Studi di Milano e Direttore U.O. di Geriatria della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e di libri sull’invecchiamento biologico e sulla condizione sociale dell’anziano.

Cibo spazzatura, pericolo per i nostri bambini

Di Francesca Fiorentino, www.enxerio.com

Secondo uno studio dell’Università di Bristol pubblicato sul Daily Mail, i bambini che mangiano abitualmente “cibo spazzatura” rischiano di avere ripercussioni negative sulle loro capacità mentali. Patatine fritte, dolci, panini e pizza, usati quotidianamente al posto di una sana alimentazione, nell’arco di tempo che va dai tre agli otto anni, potrebbero diminuire il quoziente intellettivo del bimbo.

Il divario tra bambini alimentati “normalmente” e cultori di junk food ammonta a ben cinque punti. La dottoressa Pauline Emmett, coordinatrice dello studio, spiega questo squilibrio con l’assenza di vitamine, una carenza che a lungo andare inibisce il normale sviluppo del cervello. Dunque, una sana alimentazione nei primi anni di vita è essenziale perché è il periodo in cui il cervello cresce più rapidamente.

Telemarketing, ancora tu-tu-tu?

Di David Di Luca

Naturalmente non sono un esperto di marketing come il mio fraterno amico Giancarlo Fornei. Solo un umile studente di tecniche di vendita. Ma anche quando mi provai (con esiti disasatrosi) a vendere spazi pubblicitari, ho sempre odiato telefonare alla gente.

Il perchè? Boh. Sarà la mia patologica timidezza, sarà che quando telefoni alle persone non sai mai in che situazione la trovi. E’ noto per esempio che molto spesso il maligno apparecchio squilla quando sei sotto la doccia tutto insaponato, o mentre ti appresti ad una nottata di fuego con la stanga di un metro e 70 appena agganciata su Meetic. Che poi ora il telefono non squilla più, ma fa una serie di altri rumori tipo glu-glu, biri-biri-bì ecc. Qualcuno ha messo anche un peto come suoneria polifonica.

Comunque: sono sempre stato convinto che il telefono per vendere sia uno dei mezzi peggiori. Per le ragioni esposte sopra e tante altre che adesso non elenco per non farla troppo lunga. Negli ultimi giorni poi sto vivendo un’esperienza che me lo conferma ancora di più.

Sarà che hanno finito i nominativi, sarà che sono un tipo interessante. Fatto sta che da un paio di settimane sto vivendo un vero e proprio bombardamento di telefonate da parte principalmente da un paio di notissime aziende, che non nomino perchè tutto sono tranne un collezionista di querele.

Telefonano sempre all’ora di pranzo o di cena. Stai per agganciare un bel bisteccone, quand’ecco il malefico strumento suonar. In genere è una tipa che parla  e sembra che abbia un disco incorporato (il che è probabile) “Buonasera, sono Pinca di Xyz. Guardi, abbiamo un’offerta imperdibile, e bla bla bla”.

Certo, nel tempo ho imparato a fare slalom. E’ un tiro alla fune: impari le loro tecniche, sviluppi degli anticorpi che dureranno fino a quando anche loro si saranno adattati. Un po’ come è successo con le locuste e il Ddt. Però ci sono dei momenti in cui vorresti che, semplicemente, si potesse uscire dalla trincea. Esiste l’email, cavolo, o al limite la posta cartacea. Non è molto più semplice ed efficace che telefonare a duecento persone al giorno?????

Ad ogni modo, ho inserito il mio numero di telefono nel registro delle opposizioni del Garante della Privacy.

La mente in automatico

Un guest post di Giancarlo Fornei, www.giancarlofornei.com

Foto di Giancarlo ForneiSono moltissime le cattive abitudini che costellano la nostra giornata (fumare, abbuffarsi, mangiarsi le unghie) e che meriterebbero di essere abbandonate per comportamenti più virtuosi.

Un compito molto difficile, anche quando scendono in campo esperti e psicologi.

Il problema è che ancora oggi l’approccio prevalente, almeno da parte dei medici è quello prescrittivo: non devi fare così , devi fare cosà.

L’atteggiamento prescrittivo può anche provenire da se stessi: i famosi buoni propositi, una sorta di autoimposizione, obiettivi che, nella nostra visione, dovrebbero essere raggiunti grazie alla forza di volontà.

Se finiamo di fallire nel compito è perché, per il nostro cervello, un’abitudine non è solo qualcosa di immateriale, ma è un automatismo profondamente radicato.

E’ l’effetto dell’abitudine.

Per il cervello un’abitudine è una via neuronale breve, che consente di ottenere un risultato con maggiore rapidità e senza richiedere energia ai sistemi di elaborazione cosciente.

Quando vogliamo acquisire nuove abitudini abbiamo bisogno di tempo e costanza, mentre quando vogliamo liberarcene spesso non ci riusciamo.

L’abitudine diventa qualcosa di appreso attraverso l’esperienza, per via della ripetizione costante acquisisce un elevato grado di fissità; una volta acquisite vengono eseguite in modo automatico.

Esistono anche le abitudini del pensiero che non hanno una componente motoria e possono essere alla base, per esempio, di alcune forme di pregiudizio (produzione di un pensiero indipendentemente dal giudizio).

Esiste un momento esatto un cui un gesto ripetuto molte volte diventa un’abitudine.

Bere troppo, mangiare troppo, spendere troppo, sono comportamenti che, in alcune persone, diventano abitudini.

Per evitare la tentazione bisogna avere autocontrollo.

Uno studio effettuato presso la George Mason University di Washington, ha dimostrato che questo meccanismo funziona solo in individui con un’autostima elevata e buone capacità di relazioni interpersonali e se si mette una certa distanza tra ciò che si decide di fare per abbandonare una cattiva abitudine e il momento in cui si dovrà procedere effettivamente.

Le persone prendono decisioni più razionali e controllano meglio i propri impulsi se programmano di farlo a distanza di tempo.

E’ più facile dire “dalla prossima settimana mangerò meno dolci” che mettere in atto immediatamente i buoni propositi.

E’ probabile che in questo modo il cervello, nel corso della settimana, visualizzi l’obiettivo e predisponga il terreno al cambiamento di strategia pratica.

Quando arriva il giorno fatidico, il nuovo comportamento non è ancora un’abitudine dal punto di vista concreto, ma lo è già da quello mentale.

Tratto da un bellissimo articolo di Daniela Ovadia su Mente & Cervello di Marzo 2010

Come il linguaggio del corpo influenza le nostre sensazioni…

Un guest post di Giancarlo Fornei, www.giancarlofornei.com

Foto di Giancarlo ForneiAlcuni anni fa mi trovavo a Milano per lavoro.

Un’importante Agenzia Formativa mi aveva chiamato per affidarmi alcune docenze all’interno di alcuni Master.

Ricordo ancora il colloquio: mi ritrovai in una stanza con due persone sedute davanti a me ed una terza, seduta distante dalla scrivania e sulla mia destra.

I due seduti davanti a me, mi spiegarono il lavoro dell’Agenzia, mi raccontarono dei vari Master che tenevano e mi riempirono di domande.

Dopo circa 1 ora di colloquio, mi congedarono e io, salutando tutte e tre le persone nella stanza, mi rivolsi al signore distinto che avevo sulla mia destra e gli dissi:

“Spero di essere stato esaustivo nel rispondere alle domande dei Suoi collaboratori e se lo ritiene opportuno, sono pronto a venire a Milano e fare un seminario di prova completamente gratuito, per farle vedere come lavoro in aula”.

Il signore guardò le altre due persone nella stanza come per cercare una risposta nei loro volti e poi mi disse: “Come mai si è rivolto a me come se io fossi il presidente dell’agenzia?”.

“Perchè, non lo è forse?” Risposi io con un mezzo sorriso.

Mi sorrise a Sua volta, ammise di esserlo e mi chiese come avevo fatto a capire che era lui che comandava e gli altri, solo due dei suoi collaboratori.

Allora gli spiegai quello che sto per raccontare anche a Te.

Fanne tesoro, perché è un esempio molto importante.

Le persone che avevo davanti, parlavano e gesticolavano molto.

Mentre la persona che avevo sulla mia destra, era immobile e ascoltava con molta attenzione.

Devi sapere che studiando il linguaggio del corpo (seppur da autodidatta), ho scoperto che entrando in una stanza con più persone, quella che si muove di meno, compie meno gesti, è solitamente la più autorevole, credibile e influente.

Nonché, molto spesso anche la più importante.

Queste sensazioni sono inconsce, ma posso garantirti che hanno un grande fondamento nella realtà.

In base a quello che avevo letto e studiato, il nostro amico sulla destra non poteva che essere il capo degli altri due.

Insomma, il linguaggio del corpo degli altri, influenza le nostre sensazioni.

Giancarlo Fornei
Formatore Motivazionale, Scrittore & Mental Coach
“Il Coach delle Donne”

ps
dimenticavo… feci ben tre seminari, senza alcun bisogno di far vedere come stavo in aula!

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