La strategia della Cipolla

Di David Di Luca – Sviluppo personale e libri con contorno di patatine fritte

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Prima notte a Londra

Pubblicato da davidone1967 su 22 Novembre 2009

Ho già avuto occasione di proporvi un racconto di Claudia. Me ne ha inviato un altro, che mi fa piacere condividere. Spero vi piaccia. D.

Racconto Di Claudia Bertuccelli

Quando scesi dall’aereo era già buio.

Non saprei dire esattamente che ore fossero, so solo che mi sentivo euforica e spaventata allo stesso tempo. Dopo aver effettuato con lo sguardo un breve giro di ricognizione dell’aeroporto, mi diressi verso l’autobus che mi avrebbe condotta nel centro città.

Per le prime settimane avrei alloggiato in una pensioncina economica, intanto mi sarei cercata una stanza in qualche casa che ragazzi e studenti condividevano.

No, la casa-famiglia non mi andava.

Avrei dovuto lavorare e riflettere, mi serviva tempo per me stessa.

Arrivai alla pensione quasi alle undici e mezza di sera, lasciai i documenti alla piccola e soffocante reception e mi defilai in camera mia.

Cristo, sembrava di stare in una bomboniera gigante, tanto era soffice ed imbottita quella stanzetta!

Carina certo, peccato che io soffrissi già di claustrofobia…

Pace, per il momento mi sarei dovuta accontentare.

Mi feci una doccia e m’infilai a letto, dato che non riuscivo a prender sonno, contai i motivi floreali sulla carta da parati sulla parete; ma senza grandi risultati.

Alle due di notte era sempre sveglia, anzi mi sentivo addirittura euforica.

Dunque…che fare…?

Semplice, sarei scesa nella piccola hall a bere qualcosa, magari a leggere un po’.

Ma all’improvviso, un suono catturò la mia attenzione…

Dalla stanza accanto alla mia, una voce leggiadra ma maschile stava leggendo qualcosa.

 Con l’orecchio appoggiato alla parete cercai di captare qualche parola. Ciò che udii mi sorprese assai, chi poteva mai leggere ad alta voce, alle due di notte, in inglese; Mrs. Dalloway di Virginia Woolf?

Premetto, io amo Virginia, ma alle due di notte e ad alta voce sarebbe bizzarro pure per me…ed io di cose bizzarre ne combino.

Misi la giacca e andai sulla terrazza, e con un lampo di genio decisi di saltare su quella dello strano vicino. Ma sul più bello, in fase di atterraggio dopo uno slancio felino, o quasi; atterrai su dei piccoli vasi fioriti.

Risultato, un gran fracasso!

E tutto questo, grazie ad una mia odiosa pantofolina rosa, rimasta incastrata alla balaustra in ferro della terrazza.

Così, contrariamente ad ogni mia speranza, dopo il tonfo, il fracasso ed il mio acuto gridolino di dolore; il misterioso lettore di Virginia uscì dalla camera.

Aprii un occhio lentamente e lo vidi, alto, pallido e moro. Sembrava un “vampiro”, ma direi affascinante…

Sarei voluta sprofondare tra i vasetti fioriti, ma dato che non avevo grandi scelte, accettai la mano che questo “vampiro” sconosciuto mi porse, stampandomi un sorrisino idiota sulla faccia.

E, con guance paonazze per la vergogna ed un filo di voce roca, molto punk ma poco cordiale, esordii uno sbiascicato:

-“Hello, I’m Claudia.”  

Il “vampiro” sorrise e si presentò in italiano, chiedendomi se stessi bene e se saltassi da una terrazza all’altra per abitudine.

Bè, anche se sempre intimidita, mi rilassai perché era italiano come me ed accettai il suo invito a colazione per la mattina seguente. Naturalmente avrei offerto io, giusto per riparare un po’ alla figuraccia…

Lui si chiamava Daniel, veniva da Milano ed adorava la Signora Woolf; almeno avremmo avuto qualcosa di cui parlare.

Così iniziava la mia vita londinese, in una pensione-bomboniera, con una nuova conoscenza compatriota ed interessante; ed un bel livido sul ginocchio sinistro.

Chi avrei dovuto ringraziare, Virginia Woolf o la mia pantofolina rosa?

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Un racconto: “Cara amica mia…”

Pubblicato da davidone1967 su 9 Novembre 2009

Questo è un racconto che mi ha inviato Claudia Bertuccelli Mi è sembrato carino, spero piaccia anche a voi.

David

Cara amica mia,

ti scrivo in questa giornata piovosa, per raccontarti un po’ di me.

Siedo vicino al fuoco, fuggo lontano con lo sguardo verso il lago.
Il lago in autunno è bellissimo, dolcemente triste, quieto e silenzioso; circondato dalle foglie che danzano lentamente giù dagli alberi formando un soffice tappeto rossastro.
Tutta questa immagine sembra un quadro, di una bellezza così perfetta ma così delicata che mi commuove.

Si mia cara, mentre ti scrivo, mi scopro a piangere come una bambina.
Già, una bambina divenuta adulta troppo in fretta, in un mondo dove non si può più piangere perché troppo sconveniente ed infantile.
Eppure tutti noi ne abbiamo bisogno, l’animo umano può provare infinite emozioni, così forti, così belle eppure così spaventose.
Ma che cosa saremmo senza emozioni?
Fredde macchine, esseri glaciali o cos’altro…?

Ricordi le nostre estati al lago, il sole brillava sull’acqua e le nuvole così alte nel cielo erano morbide come zucchero filato.

Ah, cara amica mia, donna e bambina come me.
In un solo anno la mia vita è cambiata totalmente. Gli affetti, il lavoro, gli amici, la città.
Ma appena posso torno nel nostro piccolo paradiso, per ritrovare un po’ me stessa.
In una grande città come Londra è molto facile perdersi.
Ed ancora più facile è invece scoprire nuovi lati di sé stessi che non conoscevamo.

Il lavoro mi tiene occupata per tutta la mattina, ma dopo pranzo esco e visito la città.
Ne ammiro i musei con le loro opere d’arte, gli antichi edifici, le vecchie librerie e le viuzze anguste. Qui puoi scovare graziose case da tè dove gentili signore ormai sagge e molto compite ti servono pasticcini e tè che profumano di un’antica tradizione.

Ci si abitua sai, all’idea di essere soli in un grande Paese che non è il tuo.
Forse perché in questi luoghi tutti si possono sentire più soli.
So cosa mi chiederesti se tu fossi qui…
Ebbene la mia risposta è no, nemmeno lì ho trovato ciò che vado cercando da anni.
E’ vero, ho potuto ammirare più arte, ah; che cosa sarebbe la mia vita senza di essa…
Ho conosciuto più persone ed ampliato la mia mente, ma la pace, il perdono verso me stessa; questo non l’ho ancora trovato.
E’ una ricerca lunga e spesso dolorosa, ma ne vale la pena, perché solo così posso cercare di conoscermi veramente.
Mi perdo e mi ritrovo ogni giorno, nascondendomi tra la folla della metropolitana, osservando i passanti dalla vetrina di un caffé o semplicemente lasciando libera quella bambina che non ha potuto né piangere né ridere quando avrebbe dovuto.

Alla fine il tempo vola, è già passato un anno da quando mi sono trasferita e noi due non ci vediamo da parecchi mesi.
Bè, potremmo usare le web cam, ma sai che sono una ragazza all’antica…
Comunque sia, puoi venire a trovarmi quando vuoi, la mia porta per te è sempre aperta.

Adesso sento che il caffé sta bollendo, credo che me ne andrò a gustarmelo sul lago.

Il rumore della pioggia, il solletico delle gocce sulla pelle, l’erba umida sotto i piedi e l’odore dell’autunno basteranno a cullare la mia mente.
Una dolce sinfonia, che mi accompagnerà quando un giorno l’enigmatico viaggio della vita sarà giunto al suo termine.
Perché io vorrò essere qua, sulle rive del nostro lago, ad ascoltare con il cuore tutta la pace che solo la natura ci può donare.

Con tutto il mio amore

C.

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Colpito in pieno

Pubblicato da davidone1967 su 3 Agosto 2009

Racconto di David Di Luca

Il panorama era stranissimo. Ricordava un po’ certe illustrazioni delle fiabe. Probabilmente era perchè si sentiva ancora un po’ stordito. Di certo, non aveva la minima idea di come fosse arrivato lì. Si stava giusto accingendo a mettere insieme un po’ di cocci, quando sentí un sibilo sopra la testa.
Si trattava di un veicolo, un incrocio tra un piccolo disco volante e un monopattino. A bordo c’era una ragazza. Una mediorientale, si sarebbe detto, non fosse stato per gli occhi a mandorla e le orecchie a punta.

“Ruiescheeeh au capuirmih?”

“Eh!?”

“Aspuiettes cuo priov a tariare mueglio il traduttore. Eccoh, forse ci siamo? Adesso mi capisci?”

“Sì, decisamente va meglio.”

“Scusami, ma ci vuole un po’ prima di trovare la frequenza giusta. Comunque non ti preoccupare. Faccio parte di una struttura che ha il compito di raccogliere naufraghi come te.”

“Naufraghi!?”

“Esattamente. E’ ormai da un po’di tempo che studiamo il fenomeno. A volte capita che durante i temporali su questa collina appaiano persone… come dire, con le orecchie rotonde.”

“Vuole dire che ci sono altri come me? E soprattutto… che razza di posto è questo?

La ragazza – se cosí si può chiamarla – atterrò e scese dal suo mezzo. “Sí, ce ne sono almeno una decina, arrivati qui più o meno nell’ultimo anno e mezzo. Quanto al posto… è molto complicato. Vede, parlando con queste persone, abbiamo subito capito che sicuramente venivano da molto lontano. Ci parlavano di posti che per noi erano del tutto sconosciuti. Anche con il traduttore faticavamo a comprenderli. Parlavano di posti che sicuramente non sono sui nessuno dei mondi che conosciamo, e ne conosciamo parecchi. Poi, esaminandoli meglio, abbiamo scoperto che queste persone non sono diverse solo fisicamente. E differente anche il timbro quantico.”

“Il che cosa!?”

“Possiamo misurare una vibrazione che è uguale in tutta la materia dell’Universo, e che chiamiamo per l’appunto timbro quantico.Queste persone ne hanno uno completamente diverso, per cui riteniamo che non vengano semplicemente da molto lontano, ma proprio da un altro spazio.”

“Quindi anch’io…”

“Già.”

“Perbacco”

“Non si disperi. Tutti quelli che sono arrivati qui ci si trovano bene.”

“Non ne dubito, ma… non c’è proprio neppure la minima possibilità di tornare indietro?”

“Al momento no. I nostri scienziati ci stanno lavorando. Nel frattempo, la sistemeremo in un alloggio. E… che ne dice se stasera ceniamo insieme?”

Ci rifletté su soltanto un attimo. Certo, non era la migliore delle situazioni possibili. Ma forse almeno un lato positivo c’era.

“Ehm… ma certo, ne sarò felice.”

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