> Coccolate i bambini, diventeranno più intelligenti

Un guest post di Giancarlo Fornei, www.giancarlofornei.com

Foto di Giancarlo ForneiUna straordinaria ricerca inglese, pubblicata sulla rivista specializzata Archives of Disease Childhood, ha evidenziato come il modo migliore per stimolare l’intelligenza nei bambini sia coccolarli.

La dottoressa Catherine Gale, del centro di ricerca per la salute mentale dell’Università di Southampton, ha dimostrato nella sua ricerca che le tenerezze bloccano l’ormone dello stress che fa invecchiare le cellule del cervello.

Sono veramente felice di apprendere questa notizia, e ancor di più di poter affermare che nel mio ultimo ebook, “Pensiero Positivo per Bambini”, pubblicato l’anno scorso dalla Bruno Editore avevo già scritto qualcosa di simile.

E mi raccomando: continuate a coccolare i vostri bambini.

Giancarlo Fornei
Formatore Motivazionale, Scrittore &Mental Coach
“Il Coach delle Donne”
Fonte notizia: Di Più, 2/04/12

> La sfera dell’influenza

Di David Di Luca, www.enxerio.com/david

Ho ricominciato a scrivere questo libretto non so più quante volte. Mi dicevo: ma come pretendo di scrivere di motivazione? Non sono certo di questi tipi che da anni tengono seminari a folle oceaniche, facendo paccate di soldi e divertendosi come dei matti. No di certo. Sono quello che si potrebbe definire un bamboccione. A quarantacinque anni suonati vivo ancora coi miei, e mi domando che cosa farò da grande.

Ciononostante, sento di raccontare la mia esperienza, partendo da quando per la prima volta sono venuto a contatto con le tematiche della motivazione e dello sviluppo personale. Pensa che ti ripensa, alla fine mi sono detto: mica c’è bisogno di pormi come guru. Anzi, sicuramente sarò più utile raccontando come sono andate esattamente le cose. Se ce l’ho fatta io, davvero possono riuscire tutti.

Niente teoria dunque, niente generalizzazioni. Solo la mia storia, le mie considerazioni, assolutamente personali, come mi vengono e con parole mie. Sperando di poter essere utile a qualcuno. Se no, pazienza. In genere, si scrive perché si deve, non perché qualcuno ci legga. Se poi succede, tanto meglio.

Tutto cominciò quando un collega della radio dove lavoravo mi invitò con aria misteriosa a qualcosa che aveva tutta l’aria di una riunione di carbonari. Venni trasportato in una villetta alla periferia della città, e di qui in una specie di ampia soffitta, arredata a salotto.

C’era un sacco di gente, di tutti i tipi. Un signore sulla cinquantina, giacca e cravatta, si sbracciò per un’oretta intorno a una lavana a fogli mobili, disegnando piramidi di cerchietti, cercando di dimostrare come facendo passaparola di prodotti per la casa si potesse arrivare a mettersi in tasca cifre non indifferenti.

Insomma, ero incappato nella presentazione di un sistema di multi level marketing. Ricordo che non ci capii granché. Tranne una cosa: che nel mio tempo libero, senza alcun impegno tranne quelli che mi sarei preso con me stesso, era possibile guadagnare. Poi, nel tempo, avrei constatato che ci volevano delle capacità di relazionarsi con il prossimo che non mi venivano granché spontanee. Tuttavia, fuori dalla sala delle riunioni che l’organizzazione teneva periodicamente, c’era una bancarella dove si potevano comprare libri e cassette di motivazione.

Fu lì che nacque il mio interesse alla materia, che nel corso di quasi un ventennio mi ha portato ad aprire un sito internet e a scrivere un paio di libbricini, di cui questo è il secondo. Ebbi l’occasione di leggere innanzitutto tre libri: Come ottenere il meglio da sé e dagli altri di Anthony Robbins, Puoi se vuoi di Norman Vincent Peale e Le sette abitudini per avere successo di Stephen Covey.

In libri come questi c’era scritto sostanzialmente che noi siamo quello che pensiamo. E il bello è che possiamo scegliere cosa pensare. Di solito crediamo che i pensieri ci cadano addosso come potrebbe fare un vaso da fiori dei cartoni animati. La mia esperienza dice che in parte è così, ma che con un minimo di impegno è possibile rispondere ai nostri pensieri cambiando la loro direzione.

A questo punto mi sono detto: perbacco, e adesso chi mi ferma più? Ero arciconvinto che dal quel momento avrei potuto fare qualsiasi cosa.

Facciamo un salto di quindici anni. Sono a letto con l’influenza, Febbre discretamente alta. Mi fanno male muscoli che neanche sapevo di avere. Me ne sto lì sdraiato, senza un granchè da fare, ed ecco uno di quei momenti in cui ci si stacca dal quotidiano e si fanno dei bilanci.

Qual era il mio? Col multilevel marketing non avevo certo raggiunto i risultati mirabolanti di altri, anche perché non avevo mai sviluppato la costanza necessaria per contattare la gente, metterla a tavolino a presentare l’attività. Quanto al lavoro, d’accordo, ero diventato giornalista professionista, cosa che non riesce a tutti. A un certo punto, peraltro, me ne ero andato dal posto dove lavoravo. Questo perché negli ultimi mesi i lavori in effetti erano diventati due. Uno era quello di giornalista. L’altro consisteva nello star dietro ai conflitti che si erano sviluppati in azienda.

Insomma, avevo lasciato perdere, me ne ero tornato a casa dopo sette anni, per ricominciare da capo. Situazione sentimentale… Domanda di riserva? Ero arrivato a pensare che i miei feromoni fossero guasti, o autolesionisti. Insomma, per usare un francesismo, mi sentivo una chiavica.

Ora, la maggior parte delle filosofie afferma che, quando hai raggiunto il fondo, se non cominci a scavare inizi a risalire. Così, mi capitò in mano Le sette regole per avere successo di Stephen Covey, in particolare là dove si parla della cosiddetta “sfera d’influenza”. Ovvero, della zona della realtà in cui possiamo agire per migliorare la situazione. Può essere ampia, oppure molto ristretta, ma esiste sempre. In ogni caso, afferma il buon Stephen, possiamo decidere come reagire a quello che ci succede. Siamo respons-abili, capaci di risposta. Possiamo darci per vinti, andare alla deriva, oppure fare un passo in avanti, anche piccolissimo. Siamo noi a deciderlo, per quanto strano possa sembrare. Le circostanze, la situazione… tutte scuse per rinunciare alla nostra respons-abilità.

E non finisce qui. Se decidiamo più volte di reagire in modo costruttivo a quello che ci succede, accade un fatto curioso: la nostra sfera d’influenza tende ad allargarsi, e decidere diventa più facile.

Ecco la prova che i libri di motivazione è bene rileggerseli, anche se uno è convinto di saperne abbastanza.


Ecco che il bilancio che avevo fatto cambia completamente significato. D’accordo, non avevo raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissato. Ma questo giustificava forse che tirassi i remi in braca, dichiarandomi ufficialmente sfigato?
Si trattava certo di una posizione comoda. Fin troppo. Mica era colpa mia se non ero riuscito. Erano state le circostanze ad impedirmelo.
Fermi lì. Ma cosa diamine significa “le circostanze”? Esiste davvero una volontà maligna, esterna a me, la cui ragione di vita è farmi lo sgambetto ogni volta che cerco di ottenere qualcosa?
Via, siamo seri. Non è piuttosto che conta di più come reagisco a quello che succede, di ciò che succede in sé? Se non ottengo quello che voglio adesso, e rinuncio, non è che finisce che non lo otterrò mai?

Sono domande banalissime, ma siccome non ce le facciamo mai, ecco che difficilmente comprendiamo l’importanza di non mollare. Ma come fare quando ti sembra che la situazione semplicemente non abbia sbocchi, quando scrutare l’orizzonte è impossibile perché siamo nella nebbia più fitta?

La mia personale conclusione è che possiamo comportarci esattamente come chi cammina davvero nella nebbia. Vale a dire, muovendo un passo alla volta, con cautela ma senza farsi bloccare. Siamo ben coscienti che al di là della nebbia c’è il resto del mondo, anche se al momento non possiamo vederlo. Fuor di metafora: magari non potevo risolvere tutta la situazione in un colpo solo, ma era possibile cominciare da una piccola, piccolissima parte.

Prendiamo i fumetti. Ne sono da sempre un grande appassionato, ne compro a valanghe. Fino a un certo momento li ho accatastati un po’ dove capitava, creando un disordine non indifferente. Accadde poi che un bel giorno in cui non avevo granché da fare mi trovai ad ordinare gli albi, trasformando i mucchi in pile. Una soluzione già più gradevole dal punto di vista estetico. Poi mi sono detto: e perché non ordinarli per collana?

Allora non potevo rendermene conto, ma si trattava dell’inizio di una piccola rivoluzione. Il fatto di aver messo in ordine qualcosa doveva aver trasmesso alla mia mente il messaggio che allo stesso modo si potevano mettere in ordine molte altre cose. E soprattutto, si poteva farlo a piccoli passi.

Altro esempio: l’attività fisica. Tempo fa mi posero la simpatica alternativa tra dimagrire e dimagrire. Mi rassicurarono subito: non era necessario iscriversi a una palestra, cosa che mi faceva venire l’ansia solo a pensarci, grazie alla mia monumentale pigrizia. Bastava che mi mettessi in testa di camminare almeno un’ora al giorno, oltre ovviamente a cambiare regime alimentare.

Diciamo che anche quest’idea non mi andava particolarmente a genio. Però mi rendevo conto che si trattava della mia salute. Così, misi all’opera un po’ di pensiero creativo. Ad esempio, certe commissioni “a corto raggio” potevo certamente farle a piedi anziché in macchina o in autobus. Dietro consiglio del dietologo, mi armai del cronometro integrato nel telefonino, e cominciai a misurare i tempi delle camminate. A un’ora non ci si arrivava, ma a trentacinque-quaranta minuti sì.

Mi resi conto ben presto che anche il denaro poteva essere gestito allo stesso modo. Fu merito soprattutto della lettura di Padre ricco, padre povero di Robert Kiyosaki, ma anche di un barattolo di marmellata. Mi domandai: cosa succederebbe se invece di buttare il barattolo una volta finito, lo tenessi, mettendoci dentro ogni giorno gli spicci che mi trovo in tasca?

Il calcolo è presto fatto: venti centesimi al giorno sono sei euro al mese. Settantadue euro l’anno. Che non sono tanti ma, diciamolo, nemmeno pochi. Significa che se trovo il verso di mettere nel barattolo una media giornaliera di un euro, a fine anno mi troverò con trecentosessantacinque svanziche a disposizione.

Insomma, con l’andare del tempo sono arrivato alla conclusione che quella che ho chiamato “la sfera dell’influenza” può essere applicata a qualsiasi aspetto della nostra vita. Possiamo anche definirla come “fai quello che puoi fare mettendoci un po’ di buona volontà”.

E qui mi appoggio ad autorità come San Francesco e Lao Tzu. Il primo afferma che facendo il possibile spesso ci si ritrova a fare l’impossibile. Il secondo, che ogni viaggio, anche uno di mille chilometri, inizia pur sempre con un passo. Adesso non abbiamo davvero più scuse. Ci tocca prendere in mano le redini della nostra vita, e cominciare a farli, quei piccoli passi.

> Il pensiero più inutile

Di David Di Luca, www.enxerio.com/david

Secondo Anthony Robbins la nostra mente è un juke-box. O, aggiungo io per aggiornare, un iPod. Suona incessantemente delle canzoni che sono i nostri pensieri. Lo fa che noi lo vogliamo o no, ventiquattro ore al giorno.

Ora, ci sono pensieri utili, e pensieri che lo sono molto meno. Che ci danno forza o ci fanno sentire fiacchi. E’ un percorso che sto (ri)facendo proprio in questi giorni. Sto riesaminando le mie credenze e convinzioni per capire quali mi conviene mantenere e quali no.  Ho stilato una specie di Hit Parade, che è stata stravinta dalla seguente frasetta, semplice quanto perniciosa.

Io sono sfigato 

Se la analizziamo come si deve, questa frase in definitiva non significa nulla. Di solito non si è sfigati così, alla buona. Lo siamo rispetto a qualcosa che possiamo chiamare “non-sfiga”. Che so io, avere soldi, un bel lavoro, un/una compagno/a ecc. ecc.

Quindi, di suo come pensiero non ha questo grande senso. Ma proprio perché è generico, ecco che riesce a fare dei danni incredibili. Si irradia a tutte le aree della nostra vita, generando una spirale distruttiva che si autoalimenta. Riflettiamoci un attimo, e vedremo che è proprio così.

Lo si potrebbe smontare rendendolo meno generico, e quindi meno potente. Ma in questi giorni sto sperimentando un metodo molto più rapido. Se concepiamo il pensiero come registrato su un nastro, perché non premere il tasto “Stop”? Lo sentiremo rallentare per poi fermarsi. Provare per credere, qualcosa cambierà istantaneamente nel nostro stato d’animo. E libereremo energia per altri pensieri più costruttivi.

> Gli angeli esistono…

Un guest post di Giancarlo Fornei, www.giancarlofornei.com

Foto di Giancarlo ForneiChi ha detto che gli angeli non esistono?

Per Olga, un’anziana signora  di Firenze rimasta senza gas in casa perché non poteva pagare le bollette, è arrivato un angelo in carne ed ossa.

Sono queste le storie che mi piace leggere sul giornale.

Sono queste le storie che mi fanno capire che le persone di “animo buono”, fortunatamente, esistono ancora.

Non so se sia un angelo, ma da angelo si è comportato.

Giancarlo Fornei
Formatore Motivazionale, Scrittore & Mental Coach
“Il Coach delle Donne”

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Firenze: anonimo benefattore paga il gas alla donna di 89 anni rimasta al gelo.
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E’ sceso dal taxi, ha bussato alla porta e quando Olga Giustini ha aperto le ha consegnato i contanti: più del necessario per saldare il conto delle bollette del gas che ammontava a quasi 4 mila euro.

Poi se n’è andato, senza dire altro e soprattutto senza lasciare traccia sulla sua identità.

Così l’anziana pensionata (530 euro al mese) che vive nel popolare quartiere delle Piagge ieri ha potuto riaccendere il riscaldamento (un tecnico di Toscana Energia ha sbloccato i contatori) e salvarsi dal gelo polare di questi giorni.

“Non so neanche come si chiama ma non smetterò mai di ringraziarlo” ripete Olga.

E ora la curiosità dei fiorentini si concentra sull’anonimo benefattore, forse lo stesso che tre anni fa aveva aiutato un’altra anziana che aveva finito i soldi per curarsi e non aveva pagato bollette per mille euro.

> L’uomo da battere

Di David Di Luca, www.enxerio.com/david

Si sente spesso dire che viviamo in un mondo competitivo. A momenti si ha anche l’impressione che chi arriva secondo sia già nel mucchio degli ultimi. Personalmente, sono convinto che un po’ di sana competizione non guasti, come del resto ogni stimolo che ci porta a migliorare.

Credo che il conquibus stia proprio qui. Al momento in cui davvero ci si convince che che il secondo è già ultimo, la competizione si trasforma, e da stimolo diventa fonte di frustrazione. Cioè, l’esatto contrario di quello che ci serve.

Quindi, bisogna rinunciare all’idea? Penso di no. Avere dei modelli è certo importante, e le mete ambiziose ritengo siano più un bene che un male. Probabilmente sta tutto nel tenere gli occhi bene aperti. Nel verificare che il nostro avvicinarsi al modello che ci siamo scelti ci porti a stare meglio, e non peggio. Perchè in definitiva è possibile che l’uomo da battere sia il nostro io di oggi, nè più nè meno.

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