La strategia della Cipolla

Di David Di Luca – Sviluppo personale e libri con contorno di patatine fritte

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Noterelle su romanzo e racconto

Pubblicato da davidone1967 su 30 Novembre 2009

Di David Di Luca

Romanzo e racconto mi sono sempre sembrati parenti stretti, almeno a prima vista. Li ho sempre considerati sottoinsiemi della narrativa. Alla fine, sempre di storie si tratta. Però, ultimamente sto rivedendo questa posizione, per motivi strettamente procedurali.

Un racconto in genere lo scrivo in due-tre giorni, una settimana al massimo. Una volta che l’idea è stata concepita, vado abbastanza spedito. Con i romanzi è diverso. Molto banalmente, per me sono abbastanza lunghi da farmi perdere di vista tanto l’idea di base, quanto l’intreccio. Mi capita spesso, leggendo i capitoli che ho già scritto, di meravigliarmi di quello che ci ho messo dentro. Quasi come se li avesse scritti un’altra persona.

Il che non è del tutto falso, perchè magari quel capitolo l’ho scritto tipo un anno prima, quando in effetti ero in parte altr’uom da quel ch’i’sono. Quindi è normale che lo veda con un occhio diverso, talmente distaccato da poter sembrare quello di un’altra persona.

C’è anche un altro aspetto. Ho spesso notato che un buon romanzo non contiene una sola vicenda. Anzi di solito ce ne sono come minimo due o tre, che poi in genere sono riconnesse alla trama principale. L’autore sovente gioca con queste sottotrame, e può anche tenderle fino all’inverosimile, tanto che il lettore magari arriva a domandarsi cosa c’entri con il romanzo nel suo complesso.

A volte mi viene da pensare che proprio in questo stia la bravura dell’autore. Riuscire a creare una storia complessa, con molte sospensioni e quindi avvincente (cosa succederà adesso?) evitando però che il lettore si perda, si annnoi, e alla fine butti il libro. Personalmente, devo ancora imparare, come dire, a lasciare e riprendere i personaggi. Secondo me, si tratta di una delle lezioni più importanti.

Quindi, almeno per me, scrivere un romanzo è una sfida molto più complessa che non buttare giù un racconto. Del resto ci fu qualcuno che mi narrò un aneddoto su Victor Hugo. Pare che il grande francese, mentre componeva I Miserabili, tenesse nel suo studio, su un tavolo, una sorta di plastico, con su delle figurine che rappresentavano i personaggi. Ciascuna era piazzata nel posto che gli competeva al momento.

Non so quanto sia vera questa storia, neanche ho controllato. Però la trovo incoraggiante. Vuol dire che non sono io: è proprio che per scrivere un romanzo e tenerne le fila occorre del metodo.

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Prima notte a Londra

Pubblicato da davidone1967 su 22 Novembre 2009

Ho già avuto occasione di proporvi un racconto di Claudia. Me ne ha inviato un altro, che mi fa piacere condividere. Spero vi piaccia. D.

Racconto Di Claudia Bertuccelli

Quando scesi dall’aereo era già buio.

Non saprei dire esattamente che ore fossero, so solo che mi sentivo euforica e spaventata allo stesso tempo. Dopo aver effettuato con lo sguardo un breve giro di ricognizione dell’aeroporto, mi diressi verso l’autobus che mi avrebbe condotta nel centro città.

Per le prime settimane avrei alloggiato in una pensioncina economica, intanto mi sarei cercata una stanza in qualche casa che ragazzi e studenti condividevano.

No, la casa-famiglia non mi andava.

Avrei dovuto lavorare e riflettere, mi serviva tempo per me stessa.

Arrivai alla pensione quasi alle undici e mezza di sera, lasciai i documenti alla piccola e soffocante reception e mi defilai in camera mia.

Cristo, sembrava di stare in una bomboniera gigante, tanto era soffice ed imbottita quella stanzetta!

Carina certo, peccato che io soffrissi già di claustrofobia…

Pace, per il momento mi sarei dovuta accontentare.

Mi feci una doccia e m’infilai a letto, dato che non riuscivo a prender sonno, contai i motivi floreali sulla carta da parati sulla parete; ma senza grandi risultati.

Alle due di notte era sempre sveglia, anzi mi sentivo addirittura euforica.

Dunque…che fare…?

Semplice, sarei scesa nella piccola hall a bere qualcosa, magari a leggere un po’.

Ma all’improvviso, un suono catturò la mia attenzione…

Dalla stanza accanto alla mia, una voce leggiadra ma maschile stava leggendo qualcosa.

 Con l’orecchio appoggiato alla parete cercai di captare qualche parola. Ciò che udii mi sorprese assai, chi poteva mai leggere ad alta voce, alle due di notte, in inglese; Mrs. Dalloway di Virginia Woolf?

Premetto, io amo Virginia, ma alle due di notte e ad alta voce sarebbe bizzarro pure per me…ed io di cose bizzarre ne combino.

Misi la giacca e andai sulla terrazza, e con un lampo di genio decisi di saltare su quella dello strano vicino. Ma sul più bello, in fase di atterraggio dopo uno slancio felino, o quasi; atterrai su dei piccoli vasi fioriti.

Risultato, un gran fracasso!

E tutto questo, grazie ad una mia odiosa pantofolina rosa, rimasta incastrata alla balaustra in ferro della terrazza.

Così, contrariamente ad ogni mia speranza, dopo il tonfo, il fracasso ed il mio acuto gridolino di dolore; il misterioso lettore di Virginia uscì dalla camera.

Aprii un occhio lentamente e lo vidi, alto, pallido e moro. Sembrava un “vampiro”, ma direi affascinante…

Sarei voluta sprofondare tra i vasetti fioriti, ma dato che non avevo grandi scelte, accettai la mano che questo “vampiro” sconosciuto mi porse, stampandomi un sorrisino idiota sulla faccia.

E, con guance paonazze per la vergogna ed un filo di voce roca, molto punk ma poco cordiale, esordii uno sbiascicato:

-“Hello, I’m Claudia.”  

Il “vampiro” sorrise e si presentò in italiano, chiedendomi se stessi bene e se saltassi da una terrazza all’altra per abitudine.

Bè, anche se sempre intimidita, mi rilassai perché era italiano come me ed accettai il suo invito a colazione per la mattina seguente. Naturalmente avrei offerto io, giusto per riparare un po’ alla figuraccia…

Lui si chiamava Daniel, veniva da Milano ed adorava la Signora Woolf; almeno avremmo avuto qualcosa di cui parlare.

Così iniziava la mia vita londinese, in una pensione-bomboniera, con una nuova conoscenza compatriota ed interessante; ed un bel livido sul ginocchio sinistro.

Chi avrei dovuto ringraziare, Virginia Woolf o la mia pantofolina rosa?

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“Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca

Pubblicato da davidone1967 su 21 Luglio 2009

Il giorno prima della felicità

Di Paola Romagnoli e Andrea Masanotti

La storia e’ ambientata a Napoli  durante il  dopoguerra in un palazzo   nel cui   seminterrato un bambino vive da solo . Solo l’enigmatico portinaio conosce la sua situazione e si preoccupa di i portargli i pasti . L’orfano vive solo e libero.

Va a  scuola  e nel tempo libero gioca a pallone nel cortile del condominio, innamorato del riflesso della bambina del terzo piano che giunge fino alla sua stanzetta.

Soltanto  quando sara’ un po’ cresciuto  avra’  un compagno per   giocare a carte  : il portiere del palazzo, un uomo in grado di percepire i pensieri della città e di  raccontare tante storie su  Napoli.

Il ragazzo si vedrà raccontare gli eventi precedenti alla sua nascita, quando la città , con le sue giornate di eroica resistenza, si era preparata al giorno di felicità della liberazione.

Quando tornerà la bambina del terzo piano, ormai una donna e con un passato misterioso, il custode dovrà anche prepararlo a vivere il giorno di felicità che attende il giovane con la tensione di un agguato e la forza di portarlo lontano dalla sua fanciullezza.

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Antonio Machado

Pubblicato da davidone1967 su 18 Luglio 2009

Il poeta spagnolo Antonio Machado nacque a Siviglia nel 1875. Nel 1883 la famiglia si trasferisce a Madrid, dove Machado studia nella Institución Libre de Enseñanza, fondata da Francisco Giner de los Ríos. Gli studi saranno peraltro spesso interrotti per le condizioni economiche della famiglia dopo la morte del padre.

Nel 1899 M. si reca a Parigi, dove vive suo fratello Manuel. Con lui scriverà vari lavori teatrali e lavorerà come traduttore. Qui incontra Oscar Wilde e Pio Baroja, ed assiste alle lezioni del filosofo Henri Bergson, che saranno per lui fondamentali. Nel 1903, sempre a Parigi, pubblica Soledades, che più tardi (1907) verrà pubblicato in versione ampliata (Soledades, Galerias y otros poemas). Conosce Ruben Dario. A Madrid diventa amico di Juan Ramon Jimenez.

Nel 1907, vince una cattedra di insegnamento di lingua francese. Si trasferisce a Soria, dove conosce Leonor Izquierdo, che tre anni dopo diventerà sua moglie. Lei ha quindici anni, lui trentaquattro. Leonor muore di tubercolosi nel 1912. M. cade in profonda depressione e si trasferisce a Baeza, dove vive con sua madre.

nel 1912 pubblica Campos de Castilla, in cui si allontana dai toni modernisti di Soledades e dalle attitudini intimiste di Soledades, Galerias y otros poemas, avvicinandosi alle inquietudini patriottiche di cui è espressione la Generazione del ‘98. E’ di questo periodo la sua corrispondenza con Miguel De Unamuno.  Nel 1917 conosce Federico Garcia Lorca, di cui diventa grande amico.

Nel 1919 si trasferisce a Segovia, dove collabora con la Universidad Popular e rimane fino al 1932, quando si trasferisce a Madrid. Qui scrive i testi in prosa che saranno raccolti negli “apocrifi” Juan de Mairena e Abel Martin. A Madrid corteggia anche una donna sposata, Pilar Valderrama, che comparirà con il nome di Guiomar in Nuevas Canciones. In questo periodo si dedica allo studio della filosofia.

Allo scoppio della Guerra Civile, si trasferisce a Valencia. Qui pubblica La Guerra  e collabora a La Vanguardia, giornale espressione della Repubblica.  Nel febbraio del 1939, dopo l’occupazione di Barcellona, si trasferisce in Francia, a Collioure, dove morirà qualche mese più tardi.

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Libri, “I quaderni del pianto” di Marcela Serrano

Pubblicato da davidone1967 su 19 Giugno 2009

di Paola Romagnoli

serrano_quaderni_piantoIn questo romanzo Marcela Serrano racconta la storia di una donna  sudamericana di umili origini  che non si rassegna alla perdita della figlia. Alcuni giorni dopo  il parto, i medici  dell’ ospedale in cui ha partorito le dicono che la  bambina e’ morta per febbre, senza darle modo di  vederne il corpo esanime.
La donna inizia a pensare che la figlia non sia  deceduta e inizia  a indagare.
Tramite una  giornalista  viene a sapere  che sparizioni sospette di neonati sono numerose  in quell’ ospedale e che si sospetta che   al suo interno avvenga traffico illegale di  adozioni e organi. Decide di creare  un’ associazione che possa scoprire  la verita’ su  quanto avviene all’ interno della struttura  sanitaria.
Un giorno, durante un meeting dell’ organizzazione, riconosce nella bambina tenuta per mano  dalla moglie del Ministro degli interni  sua figlia. Tenta di  prenderla con se’  e di strapparla alla falsa madre.Viene arrestata e rinchiusa in un ospedale psichiatrico dove   non rinuncia all’ idea  di  ritrovare  la sua creatura.
I quaderni del pianto” e’ la foto del lutto che una madre non riesce ad elaborare , e’ il  diario del suo percorso  nel dolore durante il quale  riesce ad aiutare altre donne   che hanno subito l lo stesso trauma.

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Letteratura, morto Nico Orengo

Pubblicato da davidone1967 su 30 Maggio 2009

Lutto nel mondo della cultura. E’ morto a Torino lo scrittore e critico letterario Nico Orengo. Era nato nel capoluogo piemontese nel 1944. Fu fra l’altro esponsabile di Tuttolibri, l’inserto settimanale del quotidiano La Stampa.

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Luis de Gongora

Pubblicato da davidone1967 su 22 Maggio 2009

di David Di Luca

gongoraLuis de Gongora nasce a Cordoba, in Spagna, l’11 Luglio del 1561. Figlio di un magistrato del Sant’Uffizio, studiò a Salamanca, prendendo gli ordini minori, e nel 1585 divenne canonico della cattedrale di Cordoba, e fu più volte ripreso per non essere un buon ecclesiastico. Nel 1617 Filippo III lo nomina cappellano reale, e Gongora si trasferisce a Madrid. Muore  a Cordoba nel 1627, in povertà estrema e affetto da demenza, dopo aver passato anni a cercare di ottenere prebende a corte per i suoi familiari.

Dalla fine del XVI secolo Gongora andava componendo sonetti, romances e letrillas che in alcuni casi vennero anche musicati. Nel 1613 scrive il Polifemo, poema in ottave che è la parafrasi di un passo delle “Metamorfosi” di Ovidio. Qui comincia ad utilizzare lo stile colto e “difficile” che diventerà la sua caratteristica, ancora più evidente nelle “Soledades”, sempre del 1613. Queste ultime provocano una serie di polemiche, ma sono l’opera per la quale Gongora è ricordato.

Le Soledades sono un poema in “silvas”, vale a dire strofe in cui versi endecasillabi e settenari si alternano senza una struttura fissa, ma solo sulla base delle necessità espressive. Questa forma non era insolita nella letteratura spagnola, ma era la prima volta che veniva usata in un’opera così lunga.

Le parti delle Soledades in origine dovevano essere quattro, ciascuna legata ai vari “stati” dell’uomo e alle quattro stagioni: “Soledad de los campos” (Soledad dei campi, primavera), “Soledad de las riberas” (Soledad della costa, estate), “Soledad de las selvas” (Soledad dei boschi, autunno) e “Soledad del yermo” (Soledad della terra desolata, inverno). Gongora completò solo la prima, mentre la seconda rimase incompleta, e le ultime due non furono mai scritte.

Nella “Soledad primera” un giovane arriva sulla spiaggia di un’isola, viene ospitato da alcuni caprai e assiste a un matrimonio. Su questa trama di per sè esile, Gongora intesse descrizioni minuziose della natura, intrecciate con riferimenti mitologici.

Fin dalla loro pubblicazione, le “Soledades” causarono un vivace dibattito, ma vennero infine riconosciute come un classico contemporaneo. Ebbero influenza sui parnassiani francesi e sulla cosiddetta “Generazione del 27″, gruppo di poeti spagnoli di cui fece parte anche Federico Garcia Lorca.

Libri di Gongora

Le “Soledades” in italiano con testo spagnolo a fronte (Bur)

Polifemo e Galatea

Sonetti funebri

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Delitto sulla scogliera – Capitolo XIX

Pubblicato da davidone1967 su 15 Aprile 2009

Coen guardava fuori dalla finestra. C’era la nebbia, di quella pesa. Pareva di essere dentro un bicchiere d’orzata. Oppure, si poteva immaginare che fuori dalla finestra ci fosse semplicemente il nulla. A seconda di come uno considerava la questione, l’effetto era atroce o rassicurante. Il nulla, di per sè. poteva essere un buco nero in cui sparivano certezze e progetti, oppure un foglio sgombro per creare qualcosa di nuovo. E poi, chi poteva saperlo: quello che cercavi magari c’era, solo che non lo vedevi. Il tipico errore di pensare che non esiste quello che non percepisci con i sensi.

Un improvviso bing dalle casse del computer lo prese per la collottola, scaraventandolo fuori dalle sue circonlocuzioni. Ammazza quanta posta, pensò Coen. D’altra parte, son giorni e giorni che non la scarico, e sono iscritto a tutte le newsletter de ’sto mondo e de quell’altro, e non mi decido a mettere filtri… Però stavolta, in mezzo a signorine compiacenti e a principi nigeriani ansiosi di regalarti fiumi di euro, Coen notò anche parecchia gente che gli chiedeva che fine avesse fatto. Perbacco, si disse, ma allora il mondo non è fatto solo di menefreghisti e asociali. Mmmmmm, bisognerà rispondere… Forse è vero che, come diceva quello, nel dubbio occorre perseverare. Accendiamo i fendinebbia, và.

E fece clic su “Componi”.

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Delitto sulla scogliera – Capitolo XVIII

Pubblicato da davidone1967 su 22 Marzo 2009

Francamente, Beatrice se la sarebbe immaginata diversa. Dagli anni della scuola se la ricordava con una sorta di vestaglione, e magari anche l’aureola. Invece di fronte a lei stava una tipa sui venticinque, anche ben messa di seno, con un piglio che faceva pensare a una donna manager più che all’ideale femminile concepito da un poeta. Subito dopo, Federica si rese conto di aver pensato una solenne sciocchezza. Ormai avrebbe dovuto saperlo bene che “lì” (non sapeva in quale altro modo chiamarlo) niente aveva una forma. Lei era arrivata da poco. Conservava la “forma mentis” umana, e quindi tendeva a “filtrare” quello che percepiva secondo i canoni dell’”homo sapiens”. Col tempo, le aveva detto Gabriele, questa esigenza sarebbe andata scomparendo.
“Dante era tanto un brav’uomo – considerò Beatrice rispondendo a una specifica domanda di Federica, mentre le versava del karkadè – ma a momenti faceva dei discorsi davvero da bischero. Mi sarebbe anche garbato starci insieme, ma cosa vòle, a quei tempi era tutto combinato… mi toccò sposare uno scelto dai miei vecchi, che poi a dire il vero non era neanche male, via. Mi sono adattata, e alla fine m’è andata meglio che a tante altre.”
“Ma poi, qundo lui è arrivato ‘qui’…”
“Sì, ma certo. Sono stata la prima ad andarlo a cercare.Però, sa, erano passati tanti di quegli anni, e anche lui, poverino, quello che non gli era successo! D’altronde, anche a me una volta m’è toccato di tirarlo fuoti da una situazione veramente brutta, quella volta che s’era perso in una selva, distratto com’era, non si ricordava nemmeno come ci era arrivato. Se un ci era Virgilio a cavarlo d’impiccio, magari sarebbe arrivato anche prima.”
“Ma insomma – chiese Federica smettendo di colpo di prendere appunti – quando alla fine vi siete rivisti… com’è andata?”
Improvvisamente, Beatrice guardò per terra. “Ecco.. se devo essere sincera… non è andata benissimo…”
“Cioè?”
“Sai come funziona… per noi, qui, il tempo non scorre. Per chi rimane di là, invece… Insomma, quando arrivò qui a stento ricordava chi fossi.”

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Delitto sulla scogliera – Capitolo XVII

Pubblicato da davidone1967 su 15 Marzo 2009

Con il primo mensile della disoccupazione, Coen si era fatto un regalo: la collezione completa di telefilm di “Star Trek”. Intanto, quelli della serie classica. Per le altre stagioni, magari, avrebbe provveduto più in là. Intanto veniva esaudito questo suo piccolo grande sogno. Probabilmente aveva appena l’età delle ragione quando aveva vissuto la prima avventura insieme a Kirk e compagni. Alle medie lui e un gruppo di ragazzi di classe sua erano diventati una sorta di cover-band dell’equipaggio dell’Enterprise. In particolare c’era un ragazzone lungo lungo, magro magro, palliduccio, che inesorabilmente era stato soprannominato Spock. Molti dei ragazzi del gruppo, poi, si trovavano a fare i compiti insieme. Era molto produttivo per tutti, perchè “Spock” aveva una peculiare capacità di di fare in modo che prima venisse il dovere e poi il piacere.

Quest’ultimo consisteva essenzialmente nel formare una sorta di club il cui compito era quello di costruire un’astronave vera. Non so se avete presente questi circoli di gentiluomini inglesi dell’Ottocento, il Phileas Fogg del “Giro del mondo in 80 giorni”. Si trattava esattamente di una cosa del genere. Anzichè mettersi a giocare a pallone, si tuffavano sui libri di fisica. Diciamoci la verità, però. Costruire un’astronave si era rivelata un’impresa un po’ ardua. Principalmente per la faccenda dei motori a curvatura. D’accordo, il concetto di iperspazio era abbastanza chiaro. Ma lo era molto meno come spingere un veicolo alla velocità della luce e oltre usando l’unico carburante a disposizione. Vale a dire, la miscela per motorini. Di quei tempi, a Coen era rimasta la passione per la fantascienza e per la matematica. La prima, come abbiamo visto, lo aveva portato a collezionare dvd. Quanto alla seconda, continuò ad affascinarlo nonostante non ci capisse un emerito nulla, o forse proprio per quello. A un certo punto, gli venne la smania di prendere una seconda laurea, in economia. Il caso volle che uno dei primi esami fosse la cosiddetta matematica generale. Generale questo paio di cosiddetti. Coen spese mattinate intere nella biblioteca della facoltà, immerso in teoria degli insiemi, limiti, derivate, integrali, e chi più ne ha più ne metta. Questo non impedì che al momento di fare lo scritto il testo dell’esercizio gli sembrasse scritto in arabo. E questo non una sola volta, bensì quattordici. Coen non si prese la briga di verificare, ma doveva trattarsi del record della pista.

Tuttavia, la goccia che fece traboccare il vaso fu lo scritto di Ragioneria 1. I bilanci lo appassionavano da sempre, ma naturalmente una cosa era la passione, un’altra la pratica. a un certo punto Coen si ritrovò perso tra dare, avere, attivi e passivi, ammortamenti e li mortacci sua e de Pippo. Riconsegnato il compito con su una serie di scarabocchi, Coen filò diritto in segreteria a firmare la rinuncia agli studi. Forse era meglio continuare sì ad appassionarsi alla materia, ma senza l’assillo di un tassametro che girava. Nel tempo, tutta la vita di Coen aveva un po’ preso questa caratteristica. Da certe sue esperienze del recente passato, aveva mantenuto l’abitudine di fissarsi degli obiettivi, anche ambiziosi, perchè no.

Ma erano ormai passati i tempi in cui se la prendeva se non riusciva a raggiungerli. Da un po’ di tempo, peraltro, andava riflettendo su un meccanismo molto particolare. D’accordo, c’erano obiettivi raggiunti, altri che si realizzavano per metà, e altri ancora che andavano a ramengo, o addirittura ti lasciavano con l’amaro in bocca. Eppure, anche da quelli imparavi qualcosa, anzi, soprattutto da quelli. Ti rimaneva qualcosa che a prima vista pareva un tassello scompagnato, ma che nel tempo aveva una sua bizzarra tendenza ad unirsi con altri tasselli scompagnati, formando un quadro assolutamente comprensibile. Insomma, sembrava proprio che ne valesse sempre e comunque la pena.

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